Si scrive newsletter, si legge abitudine

La seconda vita della newsletter continua e non da cenni di voler tramontare. L’ultimo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, appena pubblicato, dedica un capitolo a questo format informativo (scusate il gioco di parole!). 

La newsletter, scrivono i ricercatori di Oxford, se la passa abbastanza bene perché, per i suoi estimatori, conferma, in primis, di saper soddisfare il bisogno di essere aggiornati, risparmiando tempo. In aggiunta, informarsi tramite i contenuti selezionati e inviati via email aiuta a individuare una prospettiva, oltre il ciclo quotidiano delle news, e in alcuni casi ha anche l’apprezzata capacità di “intrattenere informando”.

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Per approfondire, vediamo qualche numero: nei 40 Paesi coinvolti nella ricerca, il 16% degli intervistati dichiara di leggere almeno settimanalmente le news attraverso l’email. I lettori più costanti sono in Belgio (28%), seguito dal Sudafrica (24%) dove, come in altri Paesi africani, il costo della connessione favorisce l’uso di strumenti “leggeri”, mentre l’Italia di piazza leggermente sotto la media con il 15%.

Il formato più apprezzato è il daily briefing: in 21 Paesi, dove sono state fatte agli intervistati domande più approfondite su questo strumento di informazione, gli iscritti lo scelgono nel 60% dei casi. Seguono, le newsletter dedicate alle notizie locali (38%) e a quelle economiche (23%).

Sono piuttosto diffusi anche i news alert: tra i diversi servizi via newsletter, il 73% dei lettori intervistati ne riceve almeno uno. Nel 48% dei casi il contenuto riguarda breaking news e per il 31% storie o temi riguardo ai quali l’iscritto vuole essere aggiornato.

Il 44% afferma inoltre di leggere in giornata la maggior parte delle newsletter che riceve.

Un quadro di tutto rispetto per uno strumento che fino a qualche anno fa era ormai considerato come “preistoria” della Rete, “low-tech e fuori moda”, come lo descrive Nic Newman, Senior research associate del Reuters Institute.

A metà strada tra il digitale e la carta – arriva sotto forma di bit, ma come per la stampa una volta inviata non è più modificabile – la newsletter continua ad avere successo tra i lettori – attenzione, in prevalenza over 45 e con un reddito medio-alto, dice il report – perché è un promemoria di ciò che accade, evita o limita le visite ai siti web delle testate di riferimento che sfociano nella sensazione di “non trovare nulla di utile”, aiutano a guardare alle notizie contestualizzandole e mettendole in prospettiva.

Il fattore “personalizzazione” è un’altra leva positiva: se nella newsletter ci sono contenuti che hanno a che fare con una questione rilevante in termini personali per il lettore, l’apprezzamento aumenta. Così come, in senso opposto, è gradito sentire la “presenza” di un autore – vedi i casi di David Leonhardt dietro al “Morning Briefing” del New York Times e di Matt Chorley, autore di “Red Box”, la newsletter dedicata alla politica del Times – di cui si riconosce lo stile di scrittura e lo humor.

Così, pur con la sua (ingiusta?) fama di essere tecnologicamente un po’ vintage, in tempi in cui molte testate sperimentano modelli di business basati su abbonamenti e membership, la newsletter mostra di avere cartucce da spendere nel creare abitudine e stimolare fedeltà nei lettori.