Una cultura dell’errore

Credits: Pat Lyn- CC0 Public Domain

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Che cosa significa avere una “cultura dell’errore”? In sintesi, la risposta è: definire un modo per cercare di migliorare sempre il lavoro che si fa.
A molti di noi è stato “inculcato” che sbagliare “è il male”, ma più onestamente e lucidamente, un errore è una parte del processo
Non c’è lavoro, incluso quello giornalistico, che ne sia esente e ragionare su come comportarsi, tra colleghi e rispetto al proprio pubblico, quando se ne verifica uno, è un modo per trarre dei vantaggi, a partire dalla consapevolezza, dall’accaduto.

Il rischio di sbagliare, da manuale di giornalismo, andrebbe limitato con dosi massicce di verifica, per quel che riguarda i contenuti, e di riletture, per quel che riguarda la forma.
Queste regole base, ovviamente, valgono anche per noi che curiamo un daily briefing: “Chi ha pubblicato per primo la notizia?”, “Le versioni concordano?”, “E se no, qual è quella più completa?” sono domande quotidiane che ci poniamo mentre selezioniamo gli articoli da linkare.
E poi: attenzione alla traduzione – billion vuol dire miliardo, trillion invece bilione o milione di milioni, se preferite – o al correttore che, false friend, trasforma il premier indiano Narendra Modi in Merenda Modi (aveva fame, forse? Non lo abbiamo ancora capito con certezza!), che suona come un simpatico personaggio da fumetto disneyano, ma, ahinoi, è un po’ poco informativo.
Non per cercare scuse, ma in questo campo la sveglia presto e la chiusura tardi sono altri compagni di viaggio da tenere d’occhio.

Di fronte all’ineluttabile rischio, perciò, abbiamo provato a costruire una nostra “cultura dell’errore”, che parte da presupposto che l’errore può capitare, frutto magari di un momento di distrazione, ma poi è necessario e, a determinate condizioni, anche fruttuoso, saperlo gestire.

Le riflessioni che abbiamo fatto finora si possono riassumere in questi quattro punti: 

  • ascolto: voi, i nostri abbonati, siete molto attenti agli errori che facciamo, siano refusi o espressioni e contenuti che per qualche ragione “non vi convincono”. Perciò ascoltiamo sempre le segnalazioni dei lettori e, dove necessario, sono gli editor che hanno lavorato al briefing che dialogano nel merito con chi ci scrive per spiegare;
  • autocorrezione: un’altra abitudine che abbiamo è auto-segnalarci gli errori fatti e discuterne tra noi, nella chat di Slack o durante la call mensile dedicata a fare il punto sui contenuti editoriali, soprattutto quando si tratta di espressioni che possono magari creare un equivoco, sfumature di senso oppure traduzioni;
  • correzione: quando e dove possibile correggiamo. Tecnicamente, il briefing pubblicato sul sito e sull’app può essere aggiornato dopo la pubblicazione, diversamente dalla versione inviata tramite email. Per le questioni più rilevanti abbiamo comunque deciso di pubblicare un’errata corrige nel briefing del giorno successivo per segnalare in modo trasparente la correzione;
  • un errore resta nella memoria: a volte perché ci ha fatto sorridere, a volte perché ci fa arrabbiare con noi stessi per una svista banale. Il fatto che resti impresso, però, ha un vantaggio: porta con sé anche la memoria del perché è accaduto e di come prevenirlo o limitarlo.

Una cultura dell’errore, in conclusione, è un metodo per aumentare lo spessore del proprio modo di lavorare.