“Una buona impresa ha bisogno di ragionare anche sul fallimento”: intervista a Diva Tommei, direttrice di EIT Digital

Diva Tommei

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Diva Tommei, 36 anni, è una ricercatrice e imprenditrice che da Roma, passando per Cambridge e San Diego, ha costruito un percorso che l’ha resa un riferimento nel settore della tecnologia, un traguardo riconosciuto anche dall’essere stata indicata da Forbes nella sua classifica “Top 50 Women in Tech”.

Laureata in biotecnologie, un master in genomica e poi un PhD a Cambridge in biologia molecolare e computazionale, dalla Gran Bretagna vola oltreoceano per frequentare la Singularity University. Da lì nasce la sua esperienza, durata quattro anni, come imprenditrice con Solenica, una startup il cui obiettivo era utilizzare le tecnologie per migliorare la vivibilità degli ambienti chiusi, che è stata incubata nell’acceleratore Qualcomm-Techstars, a San Diego.

Oggi Diva è direttrice per l’Italia di EIT Digital, il braccio dell’European Institute of Innovation and Technology della Commissione Europea, che si occupa di favorire l’innovazione digitale e dall’inizio dell’anno si è trasferita a Trento.

Il tuo percorso è a cavallo tra ricerca e impresa: quali sono i punti di contatto e le differenze tra questi due ambiti, secondo te?

“Credo abbiano in comune una struttura di pensiero simile, nel senso che il ricercatore cerca delle informazioni che gli permettano di generare delle ipotesi e poi usa gli esperimenti per validare queste ipotesi. Nell’impresa, allo stesso modo si procede per cicli di raccolta e verifica delle informazioni che servono a definire, per esempio, se esiste la domanda di un prodotto, quali caratteristiche deve avere questo prodotto, che prezzo i potenziali clienti vogliono pagare. In base alle risposte, così come in base ai risultati degli esperimenti, si struttura e si adegua la parte successiva del percorso. La differenza è che nell’ambito imprenditoriale, questo ciclo di domande e risposte è molto più veloce”.

A proposito di impresa, nel 2017 hai partecipato a TEDxTiburtino parlando del fallimento: a te cosa ha insegnato?

“L’importanza delle persone con cui scegli di lavorare. È difficile trovare la ricetta giusta, ma a parità di condizioni sono le persone che fanno la differenza”. 

E in termini di “cultura del fallimento” l’Italia a che punto è oggi?

“Penso abbiamo fatto dei passi avanti importanti, anche se lentamente e la lentezza non va d’accordo con l’innovazione. Ascoltare e far parlare imprenditori, di successo e non, è sempre un arricchimento. Noi, invece, ci basiamo ancora troppo su una gerarchia che non contempla gli errori, i cambi di rotta”.

Parlando invece della tua routine, quali sono le attività alle quali non rinunceresti?

“La prima, direi, è la compagnia dei miei due cani, Jack e Leila, il tempo che passo con loro. Poi, lo sport: a Cambridge facevo canottaggio e da allora mi è rimasta la necessità di praticare attività fisiche intense, come il crossfit. Durante la quarantena, per non perdere l’abitudine mi sono iscritta al programma via app della Nike. La terza è collezionare whisky e, insieme a mio marito, organizzare viaggi per andare a visitare distillerie. Infine, una cosa a cui tengo molto, che sta a cavallo tra il tempo libero e il lavoro, è fare la mentor per Young Woman Network, un’associazione dedicata al supporto professionale di donne tra i 20 e i 30 anni che entrano nel mondo del lavoro o che stanno sviluppando il proprio percorso professionale. È un ‘give back’, un modo per condividere e mettere a disposizione ciò che ho imparato nelle mie esperienze. Ora ho preso una pausa in concomitanza con l’inizio del mio attuale lavoro, ma conto di riprendere in futuro”.

Come comincia la tua giornata?

“Mi sveglio e mi metto quasi subito a lavorare, non faccio colazione, al massimo bevo un caffè o una tisana. In quel momento, o in alternativa a pranzo, leggo Good Morning Italia, che mi ha dato quella visione concisa delle notizie del giorno, che posso leggere e capire velocemente, come quando stavo negli Usa accadeva con The Skimm”. 

Gli ultimi libri che hai letto?

“Sono una divoratrice di gialli. Gli ultimi ai quali mi sono appassionata sono quelli di Antonio Manzini, che hanno per protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, e quelli di Gianrico Carofiglio, con l’avvocato Guerrieri. Questi li abbiamo letti insieme con mio marito per ridere insieme mentre li leggevamo. Leggo molto anche libri che riguardano l’innovazione, il venture capital, per esempio, quelli di Steve Blank”.  

Questo 2020 è un anno di cambiamento, ne abbiamo preso tutti atto. A te cosa sta insegnando?

“Innanzitutto, credo che lo smart working abbia esasperato il mio atteggiamento verso il lavoro, da sempre molto presente nelle mie giornate, e questo mi ha fatto riflettere sulla necessità di ristabilire un ritmo più vivibile. Mi piacerebbe ad esempio, dato che con mio marito siamo appassionati di camminate, prendermi del tempo in futuro per passare qualche mese a esplorare i cammini a piedi in Italia. Sto collezionando una serie di guide per prepararmi”.