“Sta maturando una nuova consapevolezza riguardo al digitale: speriamo che non sia solo critica”: intervista ad Andrea Santagata, direttore generale di Mondadori Media

Andrea Santagata

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È un tempo di cambiamenti quello che stiamo vivendo: i periodici si evolvono in brand, l’editoria cerca un equilibrio con gli OTT, i cittadini iniziano a sperimentare nuove consapevolezze sul digitale. Si possono riassumere così alcune delle idee di Andrea Santagata, direttore generale di Mondadori Media e abbonato storico di Good Morning Italia.

Per cominciare ci racconti qual è la tua dieta mediatica?

“Sono un tipo ossessionato dall’informazione. Good Morning Italia è la prima cosa che leggo al mattino: in genere mi sveglio e poi torno un pochino a letto a leggere cominciando dal briefing, seguito dalla newsletter del Corriere della Sera, da quella di Donna Moderna e da un paio di quotidiani come Corriere e Repubblica, che leggo in pdf. Dopodiché arriva la rassegna stampa di Mondadori e, se ho tempo, do un’occhiata a LinkedIn. In tutto dedico più o meno una mezz’ora alla lettura mattutina”.

Sei più digitale o analogico?

“Decisamente digitale, anche per ragioni professionali. Di fatto, comunque, nel mio giro di letture mattutine i quotidiani li leggo nella versione “cartacei”, anche perché continuano a esserci delle differenze con ciò che è pubblicato online. Durante la giornata faccio almeno un giro sui principali siti di informazione e la sera un tg nazionale su RaiUno o La7”.

Come stanno i periodici nel 2020?

“I periodici sono in trasformazione: c’è una contrazione ormai storica sia di lettori sia di introiti pubblicitari. Si sta, però arrivando al nucleo dei lettori fedeli, quelli che sottoscrivono un abbonamento, come nel caso di Focus in Mondadori oppure, parlando di altri editori, come accade per Internazionale. L’altro elemento interessante è che le testate stanno diventando dei brand: sempre pensando a Focus, dal mensile ha dato origine il canale tv, ogni anno c’è al Museo della Scienza e della Tecnologia un evento che è riuscito a coinvolgere nuovi pubblici. Insomma, Focus è diventato un brand di divulgazione scientifica. Queste attività compensano solo in parte i minori ricavi provenienti dai lettori e dalla pubblicità, ma è senz’altro un canale interessante”.

Guardando al presente e al futuro prossimo del mondo dei media, cos’altro sta cambiando?

“Una cosa che è cambiata, prima nell’informazione economico finanziaria, poi ora vedo che si sta allargando anche all’informazione generalista è che c’è una maggiore ricerca di qualità e di lettori che sono disposte a pagare per averla. È una linea che sembrava destinata a sparire, ma invece ci sono casi come Il Post, che si stanno affermando attraverso anche la scelta di una formula interessante: l’accesso al sito resta gratuito, ma alcuni contenuti specifici invece sono a pagamento.

Dall’altra ci sono gli OTT: nel dibattito con gli editori credo che abbiano un po’ di ragione entrambe le parti, ma obiettivamente – lo dicono i bilanci più che le opinioni – il rapporto tra chi produce contenuti e chi li aggrega oggi è squilibrato. Per modificare questo stato di cose, ci sono diverse possibilità: una potrebbe essere quella di supportare gli investimenti degli editori usando il Recovery Fund”.

Nel tempo libero, invece, cosa leggi?

“Ho appena finito “New Power” di Jeremy Heimans e Henry Timms, che spiega molto bene come la rete sposta i sistemi di potere, rendendoli diffusi. Un altro, sempre riguardo alla tecnologia e al rapporto che abbiamo con esse è “Silicio” di Federico Faggin. Allo stesso modo ho trovato interessante “The Game” di Alessandro Baricco. In lista tra quelli da leggere – me lo hanno regalato da poco – ho “The Content Trap”, che parla proprio dell’impatto che Internet e la tecnologia hanno avuto su settori molto numerosi e vari della nostra esistenza, dalla musica all’istruzione, e prova a interrogarsi anche su quale sarà la prossima frontiera dell’innovazione”. 

A proposito di rapporto con la Rete e la tecnologia, hai visto il documentario “The Social Dilemma”? Cosa ne pensi?

“‘The Social Dilemma’ è anche il dilemma che ho io. Sono un grande entusiasta della tecnologia digitale, ma sono dell’idea che siano ormai dei fenomeni talmente vasti e importanti che non si possono dipingere in termini di ‘bianco o nero’. Ripeto, ci sono molti aspetti positivi nei social, come i creators, la possibilità di essere sempre in contatto con il resto del mondo, il fatto che abbiano contribuito a far emergere battaglie sociali. Ciò che però sta cambiando le cose è il denaro: aziende come Google o Facebook, oggi sono colossi che si confrontano con i meccanismi della borsa e questo ha un peso e, in questo senso, per loro non è vantaggioso dal punto di vista economico modificare la situazione attuale.

In linea generale, credo che le persone abbiano la libera scelta nell’usare o no questi strumenti. All’interno di quest’area, l’uso che se ne fa a volte è inconsapevole, altre invece no. C’è una sorta di dare e avere ed, evidentemente, riteniamo che ci sia un valore maggiore in ciò che abbiamo usandoli invece che rinunciandovi.

Personalmente non credo nella regolamentazioni dall’alto di questi fenomeni: questi giganti stanno vincendo perché evidentemente portano grande valore. In una certa misura, somiglia un po’ alla questione ambientale: non è che 20 o 30 anni fa non sapessimo a cosa stavamo andando incontro, ma la contropartita economica è stata ritenuta più motivante. Oggi però siamo più consapevoli e, mantenendo la similitudine, credo stia maturando una consapevolezza sugli strumenti digitali così come è accaduto per la questione climatica. Credo stia maturando anche velocemente, la cosa importante è che non sia solo critica”.