Attenzione e notizie: ci serve un filtro!

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Rievocare la fine degli anni ‘60 potrebbe sembrare in questo momento una scelta estemporanea o nostalgica, ma in quel periodo – tra settembre e ottobre 1969, per l’esattezza – accadevano due eventi che sono rilevanti ancora oggi: il 29 ottobre 1969 si realizzava il primo collegamento tra due computer all’interno della rete Arpanet, mentre poco tempo prima Herbert Simon, professore alla Carnegie-Mellon University di Pittsburg in Pennsylvania, in un intervento pubblico parlò per la prima volta di economia dell’attenzione

Simon, che era un economista, ma si occupava anche di psicologia, organizzazione aziendale e intelligenza artificiale, portò l’attenzione su due temi fondamentali, come racconta un approfondimento pubblicato dall’European Journalism Observatory: il primo era la necessità di analizzare e comprendere le conseguenze della tecnologia sulle nostre vite e il secondo, consequenziale, era lo stretto rapporto tra lo sviluppo di una società dell’informazione e la capacità degli esseri umani di stare dietro a un’abbondante, abbondantissima quantità di informazioni.
L’idea di Simon è semplice e (oggi) ci è familiare: se in una società un elemento abbonda, per contro ci sarà la mancanza di qualcos’altro. Questo altro è, appunto, la nostra attenzione.

Senza soffermarci troppo sulla parabola ascendente della ricchezza di informazioni di cui disponiamo oggi, in rapporto agli anni ‘60 ma anche rispetto a pochi anni fa, oggi i contenuti digitali sono accessibili per circa 3,4 miliardi di persone nel mondo. Ma è altrettanto chiaro che il livello di attenzione, che oggi è più facile da misurare rispetto a quanto si potesse fare in passato con lettori e spettatori, è nettamente fugace.

Simon nel suo studio analizzò quali sistemi potevano essere d’aiuto per far rendere al meglio l’attenzione di chi all’interno di un’organizzazione complessa deve valutare, elaborare e smistare le informazioni:

“Un sottosistema di elaborazione delle informazioni, ridurrà la domanda netta di attenzione del resto dell’organizzazione solo se assorbe più informazioni, precedentemente ricevute da altri, di quelle che produce, se ascolta e pensa più di quanto parli”, sintetizza l’analisi dell’European Journalism Observatory, riguardo alle conclusioni del ragionamento di Simon. 

In altre parole, un po’ come quando usiamo un filtro per il rubinetto della cucina, usare strumenti che aiutano a selezionare l’informazione è un modo per migliorare la qualità dell’informazione stessa che riceviamo e di favorire un uso più efficiente della nostra scorta giornaliera di attenzione – e di quella della nostra azienda, organizzazione o team. 

Conseguentemente, è plausibile considerare l’esistenza di un salutare effetto a catena: più concentrazione, maggiore utilità estratta dalle informazioni, meno spreco di energie e tempo per comprendere la rilevanza di ciò che accade.

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