Pubblichiamo l’introduzione di Beniamino Pagliaro al nostro libro L’anno che verrà 2023.

L’anno che verrà ci deve raccontare se avremo la forza di imporre un’idea e non subire soltanto l’inerzia del passato. Dopo la pandemia, dopo la guerra, dopo il ritorno furente dell’inflazione, il 2023 rischia di essere soprattutto un anno di passaggio. La pandemia sembra superata, ma la guerra non è finita e l’equilibrio per una pace credibile è il principale obiettivo di qualsiasi decisore ragionevole su scala globale.

Le previsioni sulla crescita dell’economia globale sono complicate dal numero di variabili in campo, ma le mosse delle banche centrali per frenare la corsa dei prezzi porteranno le grandi democrazie in recessione. L’India supererà la Cina per popolazione e per crescita dell’economia (+6,9% rispetto a +3,5%). La fase più matura dell’economia cinese ha un impatto sulle politiche interne, con il partito costretto a gestire piccole prove di dissenso, e sulla misura delle ambizioni, perché la crescita più lenta potrebbe significare che alla fine i vecchi Stati Uniti rimangano la prima economia del mondo a lungo. La Fed è intervenuta e interverrà, ma soprattutto gli americani sono convinti che i loro fondamentali siano a posto, e non devono subire ricatti sull’energia.

Prima il Covid e poi la guerra in Ucraina hanno imposto cambiamenti che sapevamo di dover fare ma che avevamo rinviato per comodità e ignavia. Organizzare il lavoro in modo nuovo è complicato, ma è anche meglio. Non dipendere da un regime per fare la doccia calda è complicato, ma è anche meglio. Dovremo dunque capire se nell’anno che si apre i sistemi democratici – gli unici a cui è possibile chiedere conto delle proprie scelte – ma anche le aziende, dopo tutto, sapranno privilegiare il cambiamento necessario alla conservazione.

L’Italia conosce bene questo bivio e negli ultimi anni il divario tra imprese che corrono e quelle che boccheggiano è aumentato. Le previsioni dicono che la crescita italiana sarà vicina allo zero (+0,4%), come per buona parte degli anni Dieci. Ma con Germania e Stati Uniti in recessione e la Cina che rallenta, l’ottimismo rischia di divenire ingenuità. Comunque, se la crisi ucraina trovasse un punto di equilibrio e l’Unione europea riformasse davvero il sistema dei prezzi dell’energia, il governo di Giorgia Meloni potrebbe trovarsi in una condizione invidiabile. Certo, la tenuta dei conti pubblici (e il silenzio sul debito pubblico) si basa molto su fattori di fiducia e l’onda lunga di Draghi, con il garante Mattarella, funziona ancora. Ma nel 2023 dovremo vedere le riforme di Meloni, e misurare la sua abilità nel rispettare il capitale politico (e i potenzialmente litigiosi alleati) senza finire nel più celebre dei motti delle presunte rivoluzioni politiche, per cui tutto cambia per non cambiare davvero. E dunque sul lavoro, sulla giustizia, sulle concessioni, sul Pnrr, Meloni dovrà scegliere. Stiamo ristrutturando piscine comunali o immaginando il Paese dei prossimi vent’anni? L’Italia ha bisogno di più, e non meno, competizione. Vedremo se la destra farà la destra.

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Al caffè in ufficio o nelle strade di Teheran, c’è un elemento che sarà centrale nel 2023: le fratture generazionali. Milioni di persone chiedono di cambiare le politiche sulla crisi climatica, milioni chiedono di lavorare in modo diverso (solo in India sono 350 milioni i giovani studenti entrano nel mercato del
lavoro). In Iran rischiano la vita per il diritto di vivere, chiarendo quanto poco siano sostenibili nel medio periodo anche i regimi che sembravano intoccabili. Negli Stati Uniti divisi saranno decisivi al voto che si prepara nel 2024.

Good Morning Italia crescerà anche nell’anno che verrà, con nuovi progetti, grazie alle decine di migliaia di abbonati e imprese che ci scelgono ogni giorno. Grazie a chi vuole crescere con noi: questo è il nostro regalo. Buon anno.

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