Vogliamo ringraziare i medici e gli infermieri con un regalo

Alla fine di questo 2020 dovremmo saper dire molti grazie. A Good Morning Italia abbiamo deciso che vogliamo dire un grazie particolare ai medici e agli infermieri, impegnati mai come in quest’anno tragico, in cui in molti hanno perso la vita lavorando. Tutti i medici e gli infermieri che lo vorranno avranno in regalo un abbonamento annuale al nostro daily briefing.

È solo un piccolo gesto, ne siamo consapevoli. Ma siamo convinti del valore simbolico di questa scelta: una corretta informazione può aiutare i cittadini anche in questi tempi difficili.

Come richiedere il regalo

  • Se sei un medico o un infermiere, puoi richiedere subito l’attivazione compilando questa form inserendo nome, cognome, email preferita per ricevere il daily briefing, numero di tesserino e Ordine dei medici o degli infermieri di appartenenza;
  • È un regalo, dunque non è richiesto alcun metodo di pagamento, e non è previsto alcun rinnovo automatico o obbligo al termine del periodo di abbonamento gratuito;
  • Riceverai un coupon per attivare l’abbonamento sull’email che indicherai nella form;
  • Sarà possibile richiedere il regalo fino al 31 gennaio 2021
  • Se vuoi avvisare un amico o collega, questa è la short url da usare: http://bit.ly/regalo-medici-infermieri

Compila la form per chiedere il regalo

Clicca qui per compilare la form in pochi secondi.

Per informazioni: mail@goodmorningitalia.it. Per ragioni tecniche, i medici o infermieri già registrati nel nostro database non potranno utilizzare questa opzione: regaleremo loro un coupon per un amico.

Cos’è Good Morning Italia e cos’è il nostro daily briefing

Good Morning Italia è un’impresa nata nel 2013 con l’idea di dare un buongiorno informato ai propri abbonati: il nostro daily briefing arriva puntuale ogni mattina via email ed è stato scelto da oltre ventimila abbonati e imprese. Il daily briefing è un concentrato di notizie selezionate da una redazione di giornalisti per non perdere i fatti più importanti e capire il mondo che cambia. Se non sei un medico o un infermiere puoi provare comunque il nostro daily briefing.

L’Anno Che Verrà 2021

L’anno che verrà 2021

L’anno che verrà 2021 è online!
Puoi scaricarlo per leggerlo.
Ascoltarlo in versione audiolibro su Audible.
Condividerlo con amici e parenti: è un regalo!
Grazie agli autori, ai nostri partner illy, Amazon.it, Fincantieri e al media partner Sky TG24.

Un altro anno è passato, non un anno qualsiasi, ma un anno che si è conquistato – nostro malgrado – un posto nella storia.

E, anche se Albert Camus diceva che il giornalista è lo storico dell’istante, rendersi conto di essere in mezzo alla storia e di dover anche provare a raccontarla o anche solo a ipotizzarla in modo sensato, non è affatto semplice.

Oggi esce L’anno che verrà 2021, il nostro libro – disponibile anche in versione audiolibro su Audible – nel quale, come ogni anno, abbiamo chiesto a giornalisti ed esperti di indicarci quali saranno i temi più rilevanti dell’anno che sta per cominciare.

Una domanda su cui, non lo nascondiamo e non poteva essere diversamente, pesa tutto ciò che è cambiato nelle nostre vite nel corso del 2020. Se in passato c’era sempre un dubbio iniziale, una riflessione, un ragionamento che poi evolvevano fino a diventare i capitoli del libro, quest’anno, ancor di più, l’incertezza ci ha accompagnato. Ma siamo convinti che anche dall’incertezza e dalla consapevolezza della sua continua presenza, possano arrivare stimoli utili per chi fa il nostro mestiere e per chi, come voi abbonati, sceglie con noi di provare comunque a guardare avanti.

La situazione, anche se abbiamo – almeno in minima misura – stabilito delle regole di convivenza con la pandemia, non è ancora cambiata. Vedere il futuro resta un esercizio quanto mai difficile. Dargli fiducia ancora di più. Ma proprio per questa, forse, è importante provare comunque ad alzare la testa per cercare, nonostante tutto, di scrutare l’orizzonte.

Come facciamo tutte le mattine.
Buon Anno da Good Morning Italia!

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E se sei cerca di un regalo per Natale, puoi sempre scegliere i nostri abbonamenti

A Natale regala Good Morning Italia!

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Fatto l’albero, fatto il presepe, accese le luci, una spruzzata di neve è arrivata… A Natale non manca ormai molto, per cui è tempo di regali, giusto?

Se vuoi un’idea…

  • originale;
  • informata;
  • che dura tutto l’anno;
  • che si può riciclare benissimo, senza offendere nessuno, anzi! (Prova a suggerire ai destinatari del tuo regalo di parlare a cena di quello che hanno letto sul nostro briefing e vedrai… ;-))
    … puoi regalare un abbonamento a Good Morning Italia!

Che abbonamento?
Puoi scegliere il “taglio” da sei mesi, un anno oppure la formula a vita.

Come acquistare gli abbonamenti regalo?
Per prima cosa, per acquistare un abbonamento regalo devi registrarti su www.goodmorningitalia.it.
Se non lo ho hai già fatto, procedi alla registrazione e puoi provare gratuitamente il servizio per 30 giorni, senza impegno alla scadenza del periodo di prova.

In tre passi
Per acquistare uno o più abbonamenti da regalare segui questi tre semplici passaggi:

  1. Vai su Good Morning Italia e fai login con la tua email. Riceverai il link di accesso nella tua casella di posta.
  2. Nella tua pagina personale, clicca su “Abbonamenti regalo”.
  3. Clicca sul pulsante “Regala un abbonamento e compila i campi per inserire il nome del destinatario, la sua email, il tuo messaggio di auguri. Quindi scegli l’abbonamento che preferisci e il regalo è fatto!, e scegliere tra vari abbonamenti. 

Più regali, più risparmi!
Ricordati che più regali fai, più risparmi: dal secondo abbonamento regalato in poi avrai uno sconto del 50%!

Nasce Feltrinelli Education, la prima piattaforma di lifelong learning a firma Feltrinelli

Da oggi è online Feltrinelli Education, la piattaforma di lifelong learning di Feltrinelli, nata con l’obiettivo di mettere in contatto il bagaglio di conoscenze ed esperienze di autori ed esperti con le trasformazioni del mercato del lavoro.
Good Morning Italia curerà i contenuti del Magazine collegato alla piattaforma e una newsletter settimanale per restare aggiornati sui temi e le iniziative di Feltrinelli Education.

Nasce oggi Feltrinelli Education, la prima piattaforma di lifelong learning lanciata da un editore con l’idea di mettere in relazione i migliori talenti del mondo culturale, artistico, economico e scientifico con i più moderni format di formazione professionalizzante. Non solo, una piattaforma che intercetta e abilita le realtà più innovative nel campo della formazione per una serie di prodotti in linea con la vera sfida del momento: mettere in contatto il bagaglio di conoscenze ed esperienze con le trasformazioni del mercato del lavoro.
Il mondo del lavoro cambia? Dobbiamo di conseguenza aggiornare il nostro percorso di formazione e renderlo accattivante, dinamico, piacevole e utile. Questo l’obiettivo di Feltrinelli Education che decide di puntare su sei precisi ambiti della conoscenza, oggi indispensabili: Comunicazione & Creatività, Economia & Marketing, Digital Change, Formazione ed Educazione, Soft Skills e Complessità.

Eva Cantarella, Filippo Ceccarelli, Marco Balzano, Umberto Galimberti, Tito Boeri, Chiara Gamberale, Massimo Recalcati, Telmo Pievani, Gad Lerner, Concita De Gregorio, Oliviero Toscani, Massimo Polidoro, Francesca Bria, Simonetta Agnello Hornby, Luca De Biase, Dino Pedreschi, Carlo Greppi, Alberto Felice De Toni, Lucia Annunziata, Carlo Cottarelli sono solo alcuni dei protagonisti del mondo della cultura, dell’innovazione, dell’economia chiamati a partecipare a questo innovativo progetto che vede il coinvolgimento di partner selezionati da Feltrinelli tra le più virtuose realtà nazionali e locali dell’education, come Accurat, H Farm, Synesthesia, Zala Consulting, Future Education Modena, Talent Garden, Tiresia – Politecnico di Milano, Onde Alte, Lifeed, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – SISSA, Dharma Academy, Apogeo, Aula B, Scuola Holden e Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

L’offerta di formazione fluida e continua di Feltrinelli Education trova il suo elemento distintivo nella commistione di aspetti cognitivi, umanistici, comportamentali e digitali e nell’integrazione di knowledge e soft skills, per fornire a cittadini, imprese e insegnanti corsi, laboratori, webinar e
innovative Lezioni d’Autore come moderne chiavi di lettura per affrontare il cambiamento.
A comporre questa proposta di lifelong learning oltre 80 prodotti educativi, tra formazione ed edutainment, ibridi e trasversali, fruibili live e on demand sulla piattaforma digitale
FeltrinelliEducation.it.

“A 90 anni dalla nascita di Inge Feltrinelli, entusiasta trascinatrice del nostro Gruppo per oltre cinquant’anni – dichiara Carlo Feltrinelli, Presidente del Gruppo Feltrinelli – oggi Feltrinelli sceglie ancora una volta di ritagliarsi un ruolo concretamente pionieristico e di aprire nuovi mondi al servizio della conoscenza: il digitale non è solo affascinante scenografia, ma coprotagonista del nostro futuro. Diamo oggi il benvenuto a Feltrinelli Education, l’ingresso autoriale del Gruppo nel panorama della formazione professionalizzante con una serie davvero sorprendente di corsi, laboratori e Lezioni d’Autore, e alla nuova Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, che conferma la centralità del libro e del mestiere del libraio ma li innesta con strumenti tecnologici innovativi e una relazione virtuosa con le nostre piattaforme di e-commerce: una nuova esperienza totale, immersiva, contemporanea”.

“Ci troviamo nel momento più impegnativo della nostra storia recente, in cui saper combinare al meglio economia e visione d’impresa diventa cruciale. Cerchiamo di cogliere e leggere i bisogni dei nostri clienti, delle nostre community, dei nostri lettori, guidandoli verso nuovi modelli di comprensione della realtà e di sviluppo del pensiero. Con questa giornata, speciale per il nostro Gruppo, riaffermiamo il nostro presidio culturale ma lo proiettiamo nel futuro, della formazione e della multicanalità”, prosegue Roberto Rivellino, amministratore delegato di Gruppo Feltrinelli.

“Feltrinelli Education nasce per riconnettere la formazione alle esigenze della vita reale, alle evoluzioni sempre meno prevedibili dello sviluppo professionale, alla necessità di individuare i percorsi più adatti a ciascuno di noi, aumentando la nostra competitività sul mercato del lavoro – afferma Massimiliano Tarantino, Direttore di Feltrinelli Education – Nella convinzione che il confronto con noi stessi e con gli altri sia non solo possibile, ma anche una piacevole scoperta”.

Empatia e tecnologia: la ricetta di Dario Melpignano, ad di Neosperience

Dario Melpignano

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Dopo le interviste a Benedetta Arese Lucini, Diva Tommei, Alberto Dalmasso e Andrea Santagata, questa settimana incontriamo un altro abbonato di Good Morning Italia: Dario Melpignano, amministratore delegato di Neosperience.

Si possono mettere insieme, lavorarle come fossero ingredienti dello stesso impasto, empatia e tecnologia? La risposta è sì, secondo Dario Melpignano, 30 anni di esperienza nel settore digitale, oggi alla guida di un’azienda che si occupa di progettare soluzioni digitali “empatiche”, appunto, per acquisire nuovi clienti e gestire le relazioni con quelli esistenti. 

“Il lavoro che facciamo in Neosperience – spiega Melpignano – è infondere empatia nella tecnologia e penso che questo sia proprio figlio della cultura del Mediterraneo. Pensiamo alla trasformazione digitale come un modo per superare i luoghi comuni, utile a creare relazioni continuative, dirette con i clienti, senza bisogno della costante mediazione delle Big Tech. In un certo senso, come fate anche voi di Good Morning Italia”.

Com’è il settore digitale visto dal punto di osservazione di un’azienda italiana di software con 200 collaboratori?

“Ricco di opportunità perché i colossi non riescono ad avere con i propri clienti lo stesso grado di intimità che possiamo avere noi. Di certo, le Pmi nostrane hanno il limite nella capacità di fare massa critica, ma hanno anche il grande valore di sapersi adattare. In fondo, noi discendiamo, appunto, da piccoli mammiferi che sono riusciti, diversamente dai grandi dinosauri, a sopravvivere a un asteroide e a evolversi fino… a inventare questo strumento grazie al quale ora stiamo facendo questa videochiamata. Diciamo che noi contribuiamo ad alimentare una certa brand diversity nel settore e che, dato il periodo, abbiamo davanti una bella sfida, sia come tipo di azienda sia sul fronte del dare un contributo a colmare il gap di empatia della nostra specie”.

Che tipo di software realizzate?

“Sono sistemi basati sull’intelligenza artificiale che permettono di umanizzare i touch point digitali. Colgono i dati psicografici dei clienti e modellano i contenuti in base alle loro necessità – per esempio, un’alta o bassa cognizione. Facciamo fare loro quello che farebbe un buon venditore: capire i bisogni dei clienti e trovare le risposte e le modalità più adatte per soddisfarli. Tra i vantaggi di tutto questo c’è anche il fatto di far risparmiare tempo al cliente stesso e questo credo sia il ‘bene supremo’ in quest’epoca. In fondo, è la stessa cosa che fa Amazon, grazie alla sua efficienza logistica, oppure Google che ci permette di trovare ciò che cerchiamo sul motore di ricerca anche digitando parole sbagliate. Anche queste sono forme di empatia”.

Cambiando tema, che libri ci sono oggi sul suo comodino? 

“Il primo è ‘Il Cuore Saggio’ di Jack Kornfield, che ha la capacità di verbalizzare un tema molto difficile come la psicologia buddista. L’altro è ‘Il discorso dell’odio’ di André Glucksmann, che credo sia una lettura adatta per noi che pensiamo di sapere tutto, che il male non esiste e che invece necessitiamo di fare un atto di umiltà riguardo a una visione antropocentrica del mondo che non esiste più”. 

La sua routine del mattino?

“Sveglia alle 5 e prima colazione, informata dalla lettura dei Kindle Highlights riproposti dall’app Readwise, che adotta tecniche di spaced repetition per aiutare l’apprendimento anche da parte di chi ha la memoria di un pesce rosso, come me. Poi due minuti di acquisti compulsivi su Wish.com per attivare il circuito della dopamina senza rischiare conseguenze troppo serie. Scorsa dei titoli delle principali testate italiane e americane, per sincerarmi che nella notte non sia venuto giù il mondo. Lettura dei post più rilevanti di Medium per sentirmi più intelligente e un’ora di studio e aggiornamento per cominciare a fare sul serio. Quindi la lettura di Good Morning Italia e di qualche approfondimento fra quelli proposti. Sono un abbonato storico, direi proprio dai primissimi tempi e apprezzo il colpo d’occhio globale e la sensazione di avere una buona panoramica generale. Solo una cosa: anche se di norma siete abbastanza puntuali, ci tenevo a farvi sapere che quando il briefing arriva dopo le 7.15, mi viene un po’ l’ansia. Poi, lockdown permettendo, per le 8 vado in ufficio. E inizia il cinema”.

Far parlare i numeri

Le mappe sugli scenari del voto Usa di FiveThirtyEight

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“Confidiamo in Dio. Tutti gli altri, invece, devono fornire dati”, diceva l’ingegnere e statistico americano William Edwards Deming. 

I numeri hanno la capacità di fotografare, misurare e metterci in condizione di comparare un fenomeno. Al tempo stesso, in campo giornalistico, la lettura e la comprensione dei dati sono un argomento delicato, come la pandemia e i sondaggi elettorali ci ricordano.

Per noi che lavoriamo su contenuti giornalistici e su una sintesi che cerca di dare ai lettori un’essenziale “spremuta” delle notizie del giorno, raccontare numeri e dati è una parte non da poco della sfida che interessa sia i contenuti selezionati sia il modo di raccontarli.

A questo proposito, una guida interessante è il saggio di Tim Harford, giornalista ed economista inglese, intitolato “How to Make the World Add Up” – che è stato anche lo spunto per uno dei nostri approfondimenti domenicali – che, in materia di Covid-19 e non solo, fornisce una serie di suggerimenti sul come rendere più comprensibili i numeri e il modo più efficace per leggerli.

Harford, che conduce anche un programma radiofonico su Bbc4 dedicato alla statistica, “More or less”, sostiene che i piani su cui si può lavorare per rendere i numeri comprensibili sono vari. Il primo è il linguaggio usato perché più è ambigua la definizione che usiamo per indicare un fenomeno o un parametro più è difficile capire che cosa vuol dire davvero il dato associato: per esempio, sapevate che le statistiche americane sui morti per armi da fuoco includono anche i suicidi e, quindi, è necessario conoscere e rendere chiaro questo aspetto se si parla invece di stragi? Ancora, è utile inserire il dato in un contesto o trovare una misura di confronto che sia immediatamente tangibile: per esempio, un conto è parlare del debito pubblico di un Paese su scala nazionale – in Italia corrisponde al momento a circa 2.600 miliardi di euro -, un altro è suddividerlo per il numero di abitanti – che, nel nostro caso, significa un debito pro-capite di poco più di 43 mila euro. Così una cifra praticamente iperbolica assume una consistenza nettamente più concreta.

Pensando all’attualità, ormai da mesi ci stiamo confrontando con il fatto che i dati relativi al contagio sono in modo pressoché sistematico affetti dall’irregolarità e dall’incoerenza e molto dipende, innanzi tutto, dalla difficoltà stessa di raccoglierli, prima ancora che di elaborarli e spiegarli. Da questi dati, però, dipendono anche tutte le scelte per contrastare il contagio e le sue conseguenze, economiche e non.

Vediamo alcuni esempi utili per spiegare e capire ciò che i dati a disposizione ci dicono:

  1. Attenzione ai numeri assoluti. Premesso che oggi è indubitabile che la curva del contagio abbia ripreso a salire, questo pezzo di Riccardo Saporiti, uscito a inizio ottobre sulla rubrica “Infodata” del Sole 24 Ore, ci spiega bene perché per capire cosa accade e avere un quadro completo osservare solo i numeri assoluti dei contagi ha poco senso. Il numero dei nuovi positivi, spiega l’articolo, è più significativo se lo rapportiamo al numero di tamponi. Un conto, infatti, è dire che “il 3 ottobre ci sono stati 2.844 positivi, mai così tanti da aprile” e un altro è dire che “il 3 ottobre ci sono stati 2.844 positivi, pari a uno ogni 41,8 dei 118 mila tamponi effettuati”. Ad aprile, quando il 21 si registrò un numero simile, 2.729 contagiati, il rapporto era di un positivo ogni 19 test effettuati (in tutto i tamponi di quel giorno erano 52 mila). 
  2. Indicatori. Come stiamo vedendo in questi giorni, per capire qual è il livello di emergenza servono più parametri: oltre ai positivi, la differenza in termini di misure di contenimento la fanno anche i dati relativi alle condizioni degli ammalati e, in particolare, di coloro devono essere ricoverati in reparti destinati ai malati di coronavirus e in terapia intensiva.
  3. Comparare il comparabile. Un altro rischio su cui allerta l’articolo del Sole 24 Ore è quello dei confronti da un giorno all’altro: ci sono una serie di fattori che “disturbano” l’affidabilità dei dati, come ad esempio il fatto che possono esserci dei ritardi nella comunicazione dei dati o che nei fine settimana si fanno meno tamponi. Per questo è fondamentale rispettare la regola di osservare una tendenza su un arco di tempo più lungo e usare tecniche come la media mobile che, calcola il valore medio considerando i dati di un uguale numero di giorni precedenti e successivi a quello considerato.
  4. I dati, alla fonte. Un altro aspetto utile per capire meglio di cosa parliamo lo racconta questo articolo Lorenzo Ruffino su Pagella Politica, pubblicato a fine estate e che spiega quali sono i dati messi a disposizione dalla Protezione Civile: uno è il numero effettivo dei tamponi effettuati e l’altro è il numero dei casi testati. La differenza sta nel fatto che il primo dato ci dice quanti test sono stati fatti materialmente, mentre i casi testati sono i soggetti che sono stati esaminati. Quindi, a una persona che ha fatto un doppio tampone in 24 ore per accertare la negatività corrisponde a un singolo caso testato, ma a due test nel conteggio di questi ultimi.

Tra poche ore rispetto al momento in cui scriviamo, riguardo a tema dell’incertezza e delle probabilità contenute nei dati, le elezioni presidenziali negli Usa – ne abbiamo parlato la scorsa settimana – saranno un altro interessante banco di prova in fatto di chiarezza e contestualizzazione del dato. Micah Coehn, managing editor, di FiveThirtyEight, in un’intervista per il podcast prodotto dal sito DataJournalism.com, spiega come il sito americano, specializzato in dati politici e visualizzazioni, abbia scelto di raccontare le diverse ipotesi probabili attraverso una serie di mappe, basate sui dati, che illustrano gli scenari possibili. Tutti realistici, ovviamente, ma nessuno, fino alla fine dello spoglio, totalmente certo.

Per concludere, far parlare i dati senza distorcerne il messaggio sta all’incrocio fra competenza matematica e linguistica, tra capacità di sintesi e rispetto della complessità.

Unire i puntini. Usa 2020 e il voto postale

Credits: GPA Photo Archive – Creative Commons

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Le elezioni presidenziali negli Usa sono, a tutti gli effetti, un rito contemporaneamente globale e nazionale. Un po’, tanto per stare in una metafora legata alla cultura d’Oltreoceano, come fossero un Super Bowl della politica. 

Ogni quattro anni, in parallelo, capita anche – almeno a una parte di noi – di chiederci: “Com’è che funziona l’elezione del presidente lì?” oppure: “Ma chi vincerà questa volta?”.

Cominciamo dall’inizio e proviamo a unire i puntini, dai delegati fino al voto postale, di cui si è parlato molto in questa campagna elettorale.

La strada per la Casa Bianca è lastricata di collegi elettorali

I candidati in ballo quest’anno sono il presidente repubblicano in carica Donald Trump, 73 anni, che corre per ottenere il secondo mandato. Lo sfidante è il democratico Joe Biden, 77 anni, ex vice presidente durante i due mandati di Barack Obama.

Per arrivare alla Casa Bianca – come spiega questo articolo della Bbc – la via è lastricata di collegi elettorali e dei rispettivi delegati eletti in ogni Stato. Il loro numero totale è 538: vince il candidato che ne ottiene almeno 270.
Chi ottiene la maggioranza dei voti in un singolo Stato, si vede assegnare tutti i delegati di quello Stato. Dato che il numero dei delegati è diverso da Stato a Stato – California, Texas, Florida e New York sono tra quelli con il maggior numero di delegati, per esempio – questo spiega perché ottenere più volti a livello nazionale – come accadde a Hillary Clinton nel 2016 – non significa automaticamente avere anche il numero di delegati necessario per la vittoria.

Ragion per cui, la scelta di chi guiderà il governo federale si decide a livello di singoli Stati e per questo di parla molto dei famosi “swing States” o “in bilico”, come Florida e Ohio – per citare i due più citati – nei quali la preferenza per un partito o per l’altro è tradizionalmente variabile da elezione a elezione.

Lo stato dell’arte nei sondaggi

Secondo la mappa basata sui sondaggi del sito specializzato Real Clear Politics, alla data del 22 ottobre, Joe Biden sarebbe in vantaggio di quasi otto punti percentuali. Tradotto in numero di delegati, Biden ne avrebbe dalla sua 232 contro i 125 di Trump. In ballo però c’è un’ampia fetta, pari a 181 delegati, legati agli Stati “in bilico”, in grado di fare la differenza. Il vantaggio di Biden, quindi, prospetta qualche chance in più per il candidato democratico, ma non esclude la possibilità che Trump possa essere rieletto.

Se volete cimentarvi con gli scenari, sia Real Clear Politics sia il New York Times permettono di simulare diversi scenari riguardo alla vittoria di democratici o repubblicani nei singoli Stati e, di conseguenza, sull’effetto per la corsa alla presidenza.

A proposito di sondaggi, dopo il 2016, gli istituti che se ne occupano hanno deciso di rivedere alcuni dei parametri considerati per selezionare il campione, come ad esempio il livello di istruzione e l’etnia e l’effetto dell’incrocio di due fattori di questo tipo, oltre al modo di contattare gli intervistati. Tuttavia – come raccontano diversi sondaggisti a Five Thirty Eight – questa elezione potrebbe essere comunque caratterizzata da alcune variabili indipendenti, come il voto non dichiarato per Trump e l’esito del voto postale.  

Nell’urna postale 

Secondo gli ultimi dati raccolti da AP, 58,6 milioni di elettori hanno votato in anticipo via posta, spinti dall’emergenza sanitaria, dalla voglia di evitare lunghe code ai seggi il 3 novembre e da campagne ad hoc, come questa battezzata “The Big Send”. È un numero più alto rispetto a quanti scelsero questo sistema nel 2016 e, almeno al momento, la maggioranza sono elettori che si sono registrati come democratici (51%), anche se i repubblicani stanno colmando il divario e sono passati dal 21 al 31%.

Del voto postale si è parlato molto perché Trump sostiene che sia più esposto al rischio di frodi (Vox). Di certo c’è che non esiste una legge federale riguardo alle modalità con cui si può votare a distanza: ognuna delle 3.100 contee del Paese ha le sue regole riguardo al voto e, in base a esse, definisce quali tecnologie e strumenti servono per far arrivare la scheda elettorale ai cittadini e riaverla indietro dopo il voto, il tutto garantendo sicurezza e riservatezza. 

Attorno a questa modalità di voto esiste una vera e propria industria che quest’anno ha fatto gli straordinari, come racconta The California Sunday Magazine, per cercare di fare fronte alla maggiore richiesta da parte delle amministrazioni locali che ha cominciato a profilarsi già a marzo. 

C’è, infine, un altro elemento importante legato al voto postale: più è alto il numero di preferenze espresse in questo modo, più sarà lunga la conta dei voti e, a dispetto della affermazioni di Trump al riguardo, è probabile che per conoscere il risultato dovremmo attendere oltre l’alba del 4 novembre (New Yorker). 

“Sta maturando una nuova consapevolezza riguardo al digitale: speriamo che non sia solo critica”: intervista ad Andrea Santagata, direttore generale di Mondadori Media

Andrea Santagata

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È un tempo di cambiamenti quello che stiamo vivendo: i periodici si evolvono in brand, l’editoria cerca un equilibrio con gli OTT, i cittadini iniziano a sperimentare nuove consapevolezze sul digitale. Si possono riassumere così alcune delle idee di Andrea Santagata, direttore generale di Mondadori Media e abbonato storico di Good Morning Italia.

Per cominciare ci racconti qual è la tua dieta mediatica?

“Sono un tipo ossessionato dall’informazione. Good Morning Italia è la prima cosa che leggo al mattino: in genere mi sveglio e poi torno un pochino a letto a leggere cominciando dal briefing, seguito dalla newsletter del Corriere della Sera, da quella di Donna Moderna e da un paio di quotidiani come Corriere e Repubblica, che leggo in pdf. Dopodiché arriva la rassegna stampa di Mondadori e, se ho tempo, do un’occhiata a LinkedIn. In tutto dedico più o meno una mezz’ora alla lettura mattutina”.

Sei più digitale o analogico?

“Decisamente digitale, anche per ragioni professionali. Di fatto, comunque, nel mio giro di letture mattutine i quotidiani li leggo nella versione “cartacei”, anche perché continuano a esserci delle differenze con ciò che è pubblicato online. Durante la giornata faccio almeno un giro sui principali siti di informazione e la sera un tg nazionale su RaiUno o La7”.

Come stanno i periodici nel 2020?

“I periodici sono in trasformazione: c’è una contrazione ormai storica sia di lettori sia di introiti pubblicitari. Si sta, però arrivando al nucleo dei lettori fedeli, quelli che sottoscrivono un abbonamento, come nel caso di Focus in Mondadori oppure, parlando di altri editori, come accade per Internazionale. L’altro elemento interessante è che le testate stanno diventando dei brand: sempre pensando a Focus, dal mensile ha dato origine il canale tv, ogni anno c’è al Museo della Scienza e della Tecnologia un evento che è riuscito a coinvolgere nuovi pubblici. Insomma, Focus è diventato un brand di divulgazione scientifica. Queste attività compensano solo in parte i minori ricavi provenienti dai lettori e dalla pubblicità, ma è senz’altro un canale interessante”.

Guardando al presente e al futuro prossimo del mondo dei media, cos’altro sta cambiando?

“Una cosa che è cambiata, prima nell’informazione economico finanziaria, poi ora vedo che si sta allargando anche all’informazione generalista è che c’è una maggiore ricerca di qualità e di lettori che sono disposte a pagare per averla. È una linea che sembrava destinata a sparire, ma invece ci sono casi come Il Post, che si stanno affermando attraverso anche la scelta di una formula interessante: l’accesso al sito resta gratuito, ma alcuni contenuti specifici invece sono a pagamento.

Dall’altra ci sono gli OTT: nel dibattito con gli editori credo che abbiano un po’ di ragione entrambe le parti, ma obiettivamente – lo dicono i bilanci più che le opinioni – il rapporto tra chi produce contenuti e chi li aggrega oggi è squilibrato. Per modificare questo stato di cose, ci sono diverse possibilità: una potrebbe essere quella di supportare gli investimenti degli editori usando il Recovery Fund”.

Nel tempo libero, invece, cosa leggi?

“Ho appena finito “New Power” di Jeremy Heimans e Henry Timms, che spiega molto bene come la rete sposta i sistemi di potere, rendendoli diffusi. Un altro, sempre riguardo alla tecnologia e al rapporto che abbiamo con esse è “Silicio” di Federico Faggin. Allo stesso modo ho trovato interessante “The Game” di Alessandro Baricco. In lista tra quelli da leggere – me lo hanno regalato da poco – ho “The Content Trap”, che parla proprio dell’impatto che Internet e la tecnologia hanno avuto su settori molto numerosi e vari della nostra esistenza, dalla musica all’istruzione, e prova a interrogarsi anche su quale sarà la prossima frontiera dell’innovazione”. 

A proposito di rapporto con la Rete e la tecnologia, hai visto il documentario “The Social Dilemma”? Cosa ne pensi?

“‘The Social Dilemma’ è anche il dilemma che ho io. Sono un grande entusiasta della tecnologia digitale, ma sono dell’idea che siano ormai dei fenomeni talmente vasti e importanti che non si possono dipingere in termini di ‘bianco o nero’. Ripeto, ci sono molti aspetti positivi nei social, come i creators, la possibilità di essere sempre in contatto con il resto del mondo, il fatto che abbiano contribuito a far emergere battaglie sociali. Ciò che però sta cambiando le cose è il denaro: aziende come Google o Facebook, oggi sono colossi che si confrontano con i meccanismi della borsa e questo ha un peso e, in questo senso, per loro non è vantaggioso dal punto di vista economico modificare la situazione attuale.

In linea generale, credo che le persone abbiano la libera scelta nell’usare o no questi strumenti. All’interno di quest’area, l’uso che se ne fa a volte è inconsapevole, altre invece no. C’è una sorta di dare e avere ed, evidentemente, riteniamo che ci sia un valore maggiore in ciò che abbiamo usandoli invece che rinunciandovi.

Personalmente non credo nella regolamentazioni dall’alto di questi fenomeni: questi giganti stanno vincendo perché evidentemente portano grande valore. In una certa misura, somiglia un po’ alla questione ambientale: non è che 20 o 30 anni fa non sapessimo a cosa stavamo andando incontro, ma la contropartita economica è stata ritenuta più motivante. Oggi però siamo più consapevoli e, mantenendo la similitudine, credo stia maturando una consapevolezza sugli strumenti digitali così come è accaduto per la questione climatica. Credo stia maturando anche velocemente, la cosa importante è che non sia solo critica”.

Un glossario per il briefing

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Nel libro “Intervista con il potere” Oriana Fallaci scriveva: “Risponderò in stile minigonna, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante”.

Un manifesto di due righe scarse che potrebbe dare materiali di riflessione per mesi a chi scrive, titola e, in varie forme, racconta.

Il titolo in particolare è una sfida in fatto di sintesi, capacità di informazione e attrattività. Non ha praticamente una ricetta precostituita, ma è un biglietto da visita, una porta d’ingresso, un segnale stradale. Azzeccarlo o sbagliarlo è un po’ come dosare il sale.

Nel nostro piccolo, il briefing ha un suo glossario, che funziona soprattutto come segnaletica: non avendo delle sezioni fisse come sui giornali non c’è uno schema di contenuto prefissato, ma serve a dare l’idea del punto in cui siamo. 

Così “ORIZZONTI” annuncia che si parla di dati macroeconomici, politiche monetarie, trimestrali e acquisizioni, giusto per citare qualche esempio. “MONDO REALE” è la finestra, breve e concisa per scelta editoriale, sulla cronaca e, se è un po’ curiosa, diciamolo, non ci dispiace. “BACK TO ITALY” perché il panorama che abbiamo in mente è globale e, quindi, quando parliamo d’Italia è un po’ come spostare l’obiettivo e rimettere a fuoco su ciò che accade a casa nostra.

Altri titoli ricorrenti potrebbero rientrare quasi nella categoria “tormentoni”. Un sempreverde è  “…, remember?”, che è una sorta di segnalibro temporale: ci sono casi, storie, notizie che ritornano – “Alitalia, remember?” per dirne una – e l’intento è quello di rimarcare a chi legge, talvolta con ironia, che c’è qualcosa di nuovo da sapere. Oppure, “Romanzo Quirinale” o “Ilva funesta” che ci hanno tenuto compagnia a lungo per, ovvio, dovere di cronaca.

E poi, certo, il succo della faccenda è che “il mattino ha l’oro in bocca!”.

“Fare impresa come fosse una rivoluzione”: intervista al Ceo e co-fondatore di Satispay Alberto Dalmasso

Alberto Dalmasso

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Piccolo non è bello, potrebbe essere un motto adatto per Alberto Dalmasso, fondatore e Ceo di Satispay, l’app di pagamenti digitali che nel corso di quest’anno ha raggiunto quota 1,3 milioni di utenti in continua crescita.

In primo luogo, perché, appunto, Satispay ti libera dai lati sgradevoli delle monetine: quelle che ti servono per pagare il caffè, il giornale o un abbonamento mensile a Good Morning Italia (ogni riferimento è puramente… voluto!).

Poi perché, dal 2013, anno in cui l’idea è nata, molta strada è stata fatta e Satispay, da piccola startup, è diventata una società con cento dipendenti, punto di riferimento per i pagamenti digitali in Italia mentre inizia a muovere anche i primi passi oltre confine e 42 milioni di finanziamenti raccolti, oltre a essere stata inclusa nella classifica mondiale Fintech 250 di CB Insights.

“Satispay è nata fondamentalmente per due motivi: il primo – racconta Alberto – è il bisogno di non avere una vita complicata dal contante e trovarsi in quelle situazioni fastidiose in cui vorresti fare colazione, ma non hai contanti oppure hai appena prelevato ma hai solo banconote da 50 euro e il barista ti guarda male all’idea di darti il resto. L’altro bisogno era quello di fare azienda. Non volevo più che il mio futuro professionale, la mia possibilità di crescere, affrontare nuove sfide, assumere maggiori responsabilità dipendesse da altre persone. Incontrare Dario Brignone, il mio socio, è stato uno snodo importante: c’è stata subito intesa, abbiamo visto di avere una metodologia condivisa e da lì siamo partiti”.

Parlando di bisogni, soddisfatto quello relativo a come gestire il contante, ci racconti invece come ti sei organizzato riguardo all’informazione?

“Good Morning Italia, la rassegna stampa di Satispay e i podcast sono le mie fonti quotidiane. A Good Morning Italia mi sono abbonato a vita, prima ancora dell’accordo con cui è possibile pagare l’abbonamento con la nostra app e quindi, ironia della sorte, non ho nemmeno potuto usare questa funzione! Con il suo approccio anche più tech oriented rispetto a prodotti simili è arrivata come un sollievo: al mattino è fondamentale per me, perché parlando spesso con degli investitori non posso non sapere che cosa è appena successo nei mercati finanziari. Ma lo stesso vale per il confronto con i colleghi o i fornitori: non puoi non sapere cosa succede nel “mondo normale” se hai quotidianamente da fare delle scelte, sviluppare progetti e accordi che lo riguardano. Attualmente lo leggo più spesso via email, mentre l’app la uso quando ho bisogno di staccare dal flusso quotidiano che, inevitabilmente, intercetterei aprendo la posta”.

Oltre a Good Morning Italia, com’è la tua routine del mattino?

“Una volta c’era lo yoga, oggi invece c’è mio figlio Amedeo. Quindi il risveglio è dedicato a lui, accompagnato appunto dalla lettura di Good Morning e della nostra rassegna e l’ascolto di podcast. Il mio preferito è il ‘Ft News Briefing’. Poi apprezzo anche il ‘Global News Podcast’ della Bbc, ‘The Economist Radio’ quando riesco e, anche se è molto incentrato sugli Usa, ‘The Daily’ del New York Times. In italiano, non mi dispiace ‘Start’ del Sole 24 Ore. In generale, mi sento a disagio se al mattino non riesco a informarmi e ad avere un quadro delle cose importanti della giornata. Da tempo, ormai non mi capita praticamente più di arrivare a lavoro senza avere le idee chiare al riguardo”.

E invece, parlando di svago e tempo libero, che cosa ti piace ascoltare?

“I podcast penso siano l’unico format che ti aggiunge quella venticinquesima ora alla giornata che serve, perché davvero puoi ascoltarli mentre fai le attività più svariate. Uno che mi piace molto è quello di Hodinkee, sito e-commerce di orologi, che attorno a questo filo conduttore raccoglie storie che hanno a che fare con il tempo. Un altro molto bello è “Coffee with the greats”, chiacchierate condotte dall’attore Miles Fisher e dal padre Richard, ex governatore della Federal Reserve di Dallas, che hanno intervistato per esempio Jamie Dimon, ad di Jp Morgan, e Ajay Banga, ad di Mastercard: due storie che ho trovato molto interessanti per ciò che raccontano sui temi della leadership e della gestione del tempo tra lavoro e famiglia. Ancora “Masters of scale” di Reid Hoffman, fondatore di Linkedin, e Meditative Stories, realizzato in partnership con Thrive Global, la società fondata nel 2016 da Arianna Huffington, che sono delle storie di persone costruite però per fornire all’ascoltatore l’occasione di fare un’esperienza meditativa. In particolare, ho trovato fantastica la puntata dedicata ad Angela Jean Ahrendts, ex ceo di Burberry e fino al 2019 vicepresidente responsabile delle vendite di Apple”.

Un libro che consiglieresti?

“Penso ‘The Hard Thing About Hard Things’ di Ben Horowitz, imprenditore e co-fondatore della società di venture capital Andreessen Horowitz. Un bellissimo libro sia dal punto di vista dell’esperienza umana, sia per il fatto che è un ottimo manuale di management”.

Sul tuo profilo Linkedin, ti definisci, tra le altre cose, un appassionato di sport all’aperto. Quali sport esattamente e come sei passato da questi allo yoga?

“Ho sempre praticato sport legati alla montagna, come sci e snowboard, e nuoto e pallanuoto. Poi quando ho cominciato a lavorare, ho sentito maggiormente il bisogno di stare all’aperto nel tempo libero e quindi mi sono dato all’arrampicata, poi alla corsa e alla mountain bike, che pratico tutt’ora. Ed è grazie a questi sport che, oltre ad aver conosciuto mia moglie Nadia, ho iniziato prima a fare meditazione e poi yoga. Sì, un percorso un po’ al contrario, in effetti! Lo yoga penso sia complementare al fatto che quando sei molto impegnato senti il bisogno di avere uno spazio in cui poter rallentare. Mi piace il fatto che lo puoi portare con te ovunque vai, l’aspetto rituale, il fatto che quando srotoli il tappetino entri in un momento e in uno spazio esclusivo. Inoltre, da un punto di vista fisico, mi aiuta a mantenere la forza e la flessibilità che poi mi tornano utili quando pratico sport”.

Sul sito di Satispay, una delle parole chiave che salta all’occhio è “rivoluzione”: di che rivoluzione abbiamo bisogno oggi?

“Sul lato monetario penso che abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di gestire il denaro sganciandoci completamente da quelli che sono i presupposti attuali, come le carte e simili, altrimenti in Italia ci vorranno altri dieci o vent’anni prima di arrivare ad avere un uso della moneta elettronica che copra l’80-90% della popolazione. In generale, poi, abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale che smetta di incensare il fatto che “piccolo è bello”, che un professionista che lavora da solo, purtroppo, resta solo e costruisce molto meno di quanto potrebbe facendo squadra e che invece accetti e premi il fatto che si può fare azienda in modo diverso. Vorrei una rivoluzione che ci allontani dall’individualismo e che alimenti l’entusiasmo per chi ce la fa. Un giorno passeggiavo in un porto e ho sentito un bambino chiedere alla madre di chi erano le barche ormeggiate al molo. La madre ha risposto: ‘Sono di persone che non hanno pagato le tasse’. Ecco, so che in qualche caso questo è vero, ma mi piacerebbe che imparassimo a raccontare ai bambini che la barca è di qualcuno che ha avuto successo, perché si tratta di persone che hanno fatto le cose per bene”.