“Non sai mai da dove può arrivare una buona idea”: intervista a Benedetta Arese Lucini, ad di Oval Money

Parlare con i nostri abbonati è parte della filosofia di Good Morning Italia da sempre. Questa settimana, perciò, inauguriamo con Benedetta Arese Lucini una serie di interviste per dialogare su temi come il lavoro, l’informazione, l’innovazione e il loro approccio al ‘mondo che verrà’.

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Benedetta Arese Lucini

“Da imprenditrice penso che non si possa mai sapere da dove ti arriva una buona idea: è per questo che considero l’informazione quasi una parte del mio lavoro”: la voce di Benedetta Arese Lucini squilla sorridente al telefono da Londra, dove vive e lavora come ad di Oval Money. 

Benedetta è un’imprenditrice e un’abbonata di lungo corso di Good Morning Italia. Fino a oggi ha vissuto in 11 città, 7 Paesi e 3 continenti diversi, costruendo una interessante e variegata carriera nel settore delle startup. 

Benedetta, per cominciare, hai voglia di presentarti e raccontarci cosa fai oggi?
“Sono co-fondatrice e ad di Oval Money, un’app che aiuta a gestire e investire i propri risparmi. Sono stata general manager di Uber Italia e Sud Europa. Ho iniziato a lavorare nel settore della tecnologia e delle startup nel 2008 e in questi anni ho avuto la possibilità di vivere e fare esperienze all’interno di alcuni dei mercati più vivaci e attivi per questo tipo di imprese. Credo anche che una fonte molto importante della mia intraprendenza dipenda anche dal fatto che sono figlia di un imprenditore”.

Ora invece presentati scegliendo tre parole che ti rappresentano.
“Curiosa, determinata, dinamica”.

Ci spieghi cosa fa Oval Money?
“Oval è nata, di fatto, come un servizio rivolto a persone come me e i miei soci: giovani professionisti, che entrano nel mondo del lavoro e dell’impresa, iniziano a guadagnare e non sanno come investire perché in genere non ci sono delle soluzioni semplici e a misura di questo tipo di risparmiatore. L’obiettivo di Oval, quindi, è aiutare a comprendere come risparmiare e investire, a partire da piccole cifre che poi crescono nel tempo”.

In concreto, come lavorate per raggiungere questi due obiettivi?
“La prima leva è l’educazione finanziaria: curiamo la produzione di una serie di contenuti su diverse piattaforme, dal nostro blog a Instagram e Youtube, per fare divulgazione e informazione sull’argomento. Questo è indispensabile perché pur avendo una maggioranza di utenti che corrispondono a profili di studio medio alti nei rispettivi campi di attività, mancano le competenze in campo finanziario. L’altro elemento è l’accessibilità dei prodotti. Fondi e società d’investimento, di solito, vendono alle banche che poi collocano i titoli garantendo certi volumi di investimento. Noi, grazie alla tecnologia, riusciamo a rendere efficiente l’investimento su questi prodotti senza l’intermediazione di una banca, dando la possibilità di crearsi un piano di risparmio e investimento superflessibile e ricorrente partendo da 10 euro”.

Tu hai una lunga esperienza in ambito startup: a che punto è oggi il settore?
“Se definiamo ‘startup’ come aziende, fondate e gestite da team di persone giovani, che utilizzano la tecnologia per rendere possibili delle attività e risolvere dei problemi, abbiamo senz’altro di fronte un’industria, osservando l’orizzonte globale. In Italia, invece è ancora diffusa l’idea che si tratti soprattutto di ‘ragazzetti che giocano’, anche se in realtà i fondatori di startup sono in prevalenza over 30. Purtroppo questo comporta che stiamo perdendo o comunque sminuendo quella capacità di intraprendere e creare interi settori industriali, come la moda, il lusso, il food, che invece ha avuto e ha ancora un ruolo significativo nella nostra storia economica, dando vita ad attività che oggi producono sostanziose fette di Pil”.

Che cosa osservi e apprezzi nelle persone con cui lavori?
“Ho sempre cercato, indipendentemente dal ruolo, di lavorare con persone più intelligenti di me. Osservo molto come pensano, come risolvono i problemi, quale approccio hanno di fronte a una difficoltà o a un’attività da gestire. Se devo scegliere un dipendente, leggo il curriculum al contrario: parto dagli interessi e dalle attività extra-lavorative perché dicono molto della persona, al di là delle esperienze professionali e di studio”. 

Le donne che ruolo hanno nelle imprese innovative?
“A mio avviso ci sono opportunità enormi nel settore, ma se osserviamo di dati globali solo il 3% delle startup in cui arrivano investimenti sono fondate interamente da un team di donne. Una delle conseguenze, per esempio, è che così anche i prodotti e le soluzioni proposte da queste aziende sono modellate ‘a misura di uomo’. Se pensiamo in termini di target, vuol dire che stiamo perdendo o rischiando di perdere almeno il 50% del mercato. Scontiamo un problema di educazione: è ancora poco diffuso incoraggiare una ragazza a studiare materie tecniche, economiche e scientifiche. Eppure, sviluppare codice, ad esempio, richiede competenze tecniche, ma è senza dubbio un lavoro creativo”.

Cambiando tema, ci racconti qual è la tua dieta informativa?
“Mi informo quasi esclusivamente attraverso newsletter, con l’unica eccezione dell’abbonamento all’Economist. Good Morning italia è praticamente sempre la prima che leggo al mattino quando mi sveglio. In settimana magari un po’ più rapidamente, nei fine settimana invece approfondisco. Mi piacciono molto anche i podcast, che ascolto sempre al mattino, mentre corro. In generale, apprezzo tutti quei contenuti pensati – come si dice scherzosamente – per farci fare la figura di persone intelligenti quando facciamo conversazione a cena”.

Quali altre newsletter leggi?
“Soprattutto quelle che hanno contenuti legati al mio lavoro, come Techcrunch ed Exponential View, curata dall’esperto di intelligenza artificiale Azeem Azhar. Mi piace molto l’arte e quindi leggo newsletter come Artvisor e quelle di case d’aste come Sotheby’s e Christie’s”. 

E i podcast?
“Il mio preferito in assoluto è ‘How I built this’, prodotto dalla Npr, che racconta come sono nate grandi imprese come Airbnb e Lulu Lemon”.

Ultimi libri letti?
“La biografia di Phil Knight, il fondatore di Nike, ‘L’arte della vittoria’’, e quella di Stephen Schwarzman, fondatore e ad di Blackstone, che si intitola ‘What It Takes’. Mi piacciono molto i saggi che parlano di economia o comunque che affrontano le questioni con un approccio multidisciplinare come ‘Il cigno nero’ di Nassim Nicholas Taleb o i libri di Yuval Noah Harari”.

Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento: cosa ti sta insegnando e a cosa, secondo te, dovremmo dare priorità, come individui e come società, di fronte a questo cambiamento?
“Credo che mi abbia fatto notare quanto noi esseri umani abbiamo bisogno di convivialità. Da grande amante delle tecnologie, credo che in questa situazione le tecnologie abbiano dimostrato di non ‘essere abbastanza’. Ora penso che la priorità dovrebbe essere quella di ricreare in sicurezza la possibilità di coltivare i rapporti umani, senza intermediazioni digitali. Siamo tutti stati colpiti dal fatto che una cosa estremamente piccola come lo è, dal punto di vista fisico, un virus abbia scardinato l’idea di globalizzazione come l’avevamo in mente fino a pochi mesi fa. Per dire, oggi vivo a Londra e ho sempre viaggiato spessissimo, ma l’Italia in questo momento mi sembra lontanissima. Contemporaneamente penso che un momento di grande incertezza possa essere un periodo ottimale per le startup e per nuove idee perché richiede estrema creatività e velocità di adattamento”.  

Una newsletter che fa comunità

Credits: Annettet – CC BY-SA 4.0

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Un proverbio africano dice: “Se vuoi andare veloce, vai solo. Se vuoi andare lontano, vai in compagnia”.

La compagnia, nel caso specifico, è la comunità nera globale alla quale Opal Tometi – attivista per i diritti umani, scrittrice e co-fondatrice del movimento Black Lives Matter – si vuole rivolgere con la newsletter “Diaspora Raising”, lanciata lo scorso 19 giugno.

35 anni, ex direttrice esecutiva della Black Alliance for Just Immigration (BAJI), la prima organizzazione per la promozione dei diritti degli afro-americano nata negli USA, Tometi – racconta Forbes – ha scelto questa data, conosciuta negli Usa come “Juneteenth”, perché è il giorno in cui si celebra la liberazione degli schiavi, ricordando la promulgazione di un ordine federale che nel 1865 restituì la libertà a coloro che erano schiavi in Texas.

“Voglio celebrare questo giorno – ha scritto Tometi presentando la newsletter – ma voglio farlo andando anche oltre gli Stati Uniti per ricordare, attraverso le nostre storie di resistenza e resilienza, che siamo parte della comunità nera globale. L’obiettivo è creare un ponte che colleghi le diverse espressioni ed esperienze dei neri di tutto il mondo, sviluppando il nostro senso di appartenenza a una comunità globale”.

Il dibattito sull’identità e appartenenza all’interno delle comunità nere in America e in Africa è un tema discusso, come raccontava alcuni mesi fa questo articolo del New York Times: percezioni, esperienze e terminologia sono spesso oggetto di discussione all’interno dei due gruppi, ma Tometi, che ha origini nigeriane ed è nata e cresciuta negli Usa, sostiene che i punti di somiglianza sono molti più delle differenze. “Sono espressioni diverse della nostra cultura e della nostra vita – afferma – e la mia speranza è contribuire a creare uno strumento che ci permetta di sviluppare la nostra comprensione e i nostri legami reciproci”. 

La prima colazione

Qualche settimana fa una lettrice, neo abbonata, ci ha scritto un apprezzamento riguardo al nostro briefing, aggiungendo poi: “Non sono abitudinaria e spesso non ho il tempo (non faccio colazione…) per leggerlo la mattina”. 

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Noi, mattinieri per scelta editoriale, con la colazione, se proprio non ci identifichiamo, di certo sentiamo una discreta affinità metaforica.

Il vocabolario Treccani questo nostro rapporto simbiotico con la colazione, neanche a farlo apposta, lo spiega bene.

Alla voce corrispondente dice infatti:

Colazione: s. f. [dal lat. collatio -onis «il mettere insieme» e nel lat. tardo «riunione, conversazione»: in origine infatti era il pasto che i monaci prendevano dopo la riunione della sera].

Mettere insieme”, “riunire”, “conversare” sono parole che risuonano immediatamente in ognuno di noi: potremmo considerarle, senza troppe difficoltà, sinonimi di briefing.

Tra i modi di dire, Treccani ricorda anche:

  • invitare a colazione: ecco, non l’abbiamo forse mai messa in questi termini, ma quando premiamo il pulsante “Send briefing”, ci sembra molto appropriato pensare che stiamo invitando i nostri abbonati a [vedere la voce successiva]
  • una lauta colazione: ogni giorno, come raccontiamo qui, siamo in due a “imbandire la tavola”. La domenica, come tradizione, facciamo una “brunch edition” (si chiama proprio così!).

Ma non basta. La definizione del dizionario prosegue così:

  • Il primo, leggero pasto del mattino […].
  • Anche, il pasto del mezzogiorno, soprattutto se leggero, ma anche, spesso, il pranzo vero e proprio, detti talora seconda colazione per distinguerli dalla prima colazione del mattino […]. 
  • colazione di lavoro, pranzo leggero e rapido che interrompe solo brevemente una riunione di lavoro e durante il quale spesso si continuano a trattare i problemi in discussione […]. 
  • colazione al sacco, pasto o merenda a base di cibi solidi portati con sé in campagna, in una gita, in una escursione, e sim.

Cara lettrice, tutto questo per dirti – oltre a grazie per essere dei nostri! – che Good Morning Italia somiglia alla colazione e arriva a quell’ora, ma puoi declinarla come desideri: un giorno può essere la tua “seconda colazione”, un altro puoi portarla con te in gita al mare, un altro ancora puoi leggerla mentre fai una pausa dal lavoro.

È sempre un buon momento per una lauta conversazione!

“Il briefing è lo strumento che ogni mattina ci da un colpo d’occhio sul mondo”: intervista a Violante Avogadro di illycaffè

Qual è il senso del daily briefing di Good Morning Italia in un contesto aziendale

Abbiamo chiesto a Violante Avogadro di Vigliano, Global Communication Director di illycaffè da febbraio 2020, di raccontarci l’esperienza dei vertici dell’azienda che hanno deciso di adottarlo come strumento di informazione quotidiana scegliendo la formula dell’abbonamento per le aziende.

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Perché avete scelto di abbonarvi?

“Perché Good Morning Italia ci fornisce una visione sul panorama internazionale che ci permette di avere il polso su cosa accade nel mondo, di capire a colpo d’occhio se nell’aria c’è una crisi o magari se la situazione di una specifica area può rivelare delle potenzialità interessanti per la nostra attività”. 

Che ruolo ha la lettura del daily briefing nella vostra giornata lavorativa?

“Considerato che quotidianamente come manager riceviamo un numero di mail che oscilla tra le 300 e le 500 e che, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo spesso una videochiamata di troppo da fare, il fatto di poter leggere le notizie al risveglio, prima di entrare in ufficio, ha il vantaggio di farci partire inquadrando subito i temi fondamentali della giornata”.

Come si integra questo strumento con le altre fonti di informazione a disposizione dell’azienda?

“Nel nostro caso, la rassegna stampa aziendale è decisamente settorializzata e quindi si concentra su tutti i contenuti relativi a illycaffè e al nostro mercato. Estremizzando un po’, senza il briefing potremmo non sapere che c’è il coronavirus o che Trump è stato sottoposto a un procedimento di impeachment”.

Dal suo punto di vista, quali sono i contenuti più rilevanti del briefing?

“Personalmente, più che specifici contenuti, ciò che apprezzo maggiormente è l’assoluta completezza. Leggendo ho la sensazione di avere una panoramica globale che spazia dalla politica internazionale allo sport e questa visione ‘day by day’ di tutti i fattori critici è fondamentale per pianificare la nostra strategia”. 

Si scrive newsletter, si legge abitudine

La seconda vita della newsletter continua e non da cenni di voler tramontare. L’ultimo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, appena pubblicato, dedica un capitolo a questo format informativo (scusate il gioco di parole!). 

La newsletter, scrivono i ricercatori di Oxford, se la passa abbastanza bene perché, per i suoi estimatori, conferma, in primis, di saper soddisfare il bisogno di essere aggiornati, risparmiando tempo. In aggiunta, informarsi tramite i contenuti selezionati e inviati via email aiuta a individuare una prospettiva, oltre il ciclo quotidiano delle news, e in alcuni casi ha anche l’apprezzata capacità di “intrattenere informando”.

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Per approfondire, vediamo qualche numero: nei 40 Paesi coinvolti nella ricerca, il 16% degli intervistati dichiara di leggere almeno settimanalmente le news attraverso l’email. I lettori più costanti sono in Belgio (28%), seguito dal Sudafrica (24%) dove, come in altri Paesi africani, il costo della connessione favorisce l’uso di strumenti “leggeri”, mentre l’Italia di piazza leggermente sotto la media con il 15%.

Il formato più apprezzato è il daily briefing: in 21 Paesi, dove sono state fatte agli intervistati domande più approfondite su questo strumento di informazione, gli iscritti lo scelgono nel 60% dei casi. Seguono, le newsletter dedicate alle notizie locali (38%) e a quelle economiche (23%).

Sono piuttosto diffusi anche i news alert: tra i diversi servizi via newsletter, il 73% dei lettori intervistati ne riceve almeno uno. Nel 48% dei casi il contenuto riguarda breaking news e per il 31% storie o temi riguardo ai quali l’iscritto vuole essere aggiornato.

Il 44% afferma inoltre di leggere in giornata la maggior parte delle newsletter che riceve.

Un quadro di tutto rispetto per uno strumento che fino a qualche anno fa era ormai considerato come “preistoria” della Rete, “low-tech e fuori moda”, come lo descrive Nic Newman, Senior research associate del Reuters Institute.

A metà strada tra il digitale e la carta – arriva sotto forma di bit, ma come per la stampa una volta inviata non è più modificabile – la newsletter continua ad avere successo tra i lettori – attenzione, in prevalenza over 45 e con un reddito medio-alto, dice il report – perché è un promemoria di ciò che accade, evita o limita le visite ai siti web delle testate di riferimento che sfociano nella sensazione di “non trovare nulla di utile”, aiutano a guardare alle notizie contestualizzandole e mettendole in prospettiva.

Il fattore “personalizzazione” è un’altra leva positiva: se nella newsletter ci sono contenuti che hanno a che fare con una questione rilevante in termini personali per il lettore, l’apprezzamento aumenta. Così come, in senso opposto, è gradito sentire la “presenza” di un autore – vedi i casi di David Leonhardt dietro al “Morning Briefing” del New York Times e di Matt Chorley, autore di “Red Box”, la newsletter dedicata alla politica del Times – di cui si riconosce lo stile di scrittura e lo humor.

Così, pur con la sua (ingiusta?) fama di essere tecnologicamente un po’ vintage, in tempi in cui molte testate sperimentano modelli di business basati su abbonamenti e membership, la newsletter mostra di avere cartucce da spendere nel creare abitudine e stimolare fedeltà nei lettori.

Ridefinire i confini

Il lavoro da casa sembra arrivato per restare.
Diverse aziende hanno annunciato l’intenzione di rendere questa modalità una possibilità stabile per i propri dipendenti, oltre l’attuale crisi sanitaria. Tra le grandi aziende in questi giorni è arrivato l’annuncio di Twitter, seguita poco dopo da Facebook: prevede che da qui a dieci anni circa metà dei propri lavoratori sia disponibile a proseguire l’attività dalla propria abitazione.

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Forse è ancora presto per dire se questo diventerà un modello dominante, ma nel frattempo vale la pena riflettere su come si possono gestire alcuni pro e contro della situazione.

Ci sono almeno tre macroaree che datori di lavoro e dipendenti dovrebbero considerare:

  • il bilanciamento della vita privata (con o senza familiari conviventi) e di quella lavorativa, e dunque i diritti di chi lavora;
  • la gestione delle interazioni, quasi esclusivamente convogliate attraverso strumenti digitali;
  • il mantenimento della coesione di un team di lavoro.

Questione di priorità

Secondo Charlie Warzel, opinionista del New York Times, quello che abbiamo dovuto fare in questi mesi, per necessità, è lavorare in isolamento.

Il lavoro da casa è un’altra cosa – vale a dire, una scelta – e funziona solo a una precisa condizione: che si dia priorità al bilanciamento tra vita privata e lavoro rispetto alla produttività. Pretendere presenza e produttività inesauribili è il modo migliore per ottenere il contrario.

Tecnologicamente saggi

Fatta questa premessa, in termini un po’ più pratici, bisogna fare i conti con lo spostamento delle interazioni lavorative, interamente o quasi, traslocate su vie digitali.

Per cavarsela un po’ di “new netiquette” può aiutare: 

  • le videochiamate: che le consideriate croce o delizia, aiuta avere un’agenda dettagliata delle questioni da affrontare, usare con consapevolezza il comando per spegnere e accendere il microfono ed evitare di disturbare la conversazione con i rumori di fondo di casa propria, rispolverare la “vecchia” alzata di mano per intervenire e, se possibile, individuare un “moderatore” della discussione che abbia cura di coinvolgere tutti i partecipanti;
  • scegliete quali strumenti usare per le comunicazioni di lavoro: il computer e qualche tool dedicato all’operatività dei team, come Slack o Asana, possono essere la risposta. Le chiacchiere personali magari invece convogliatele attraverso il telefono: anche questo aiuta a separare gli ambiti;
  • fare spazio a schemi flessibili è una scelta che denota fiducia e migliora la produttività: può capitare di inviare una mail in un orario non propriamente lavorativo. Se si lascia al destinatario, la possibilità di rispondere nel momento in cui è operativo (e non in quello che supponiamo essere il momento in cui l’ha ricevuta nella sua casella di posta) l’esito è meno stress per tutti;
  • occhio ai contenuti: se in tempi di pandemia, è una cosa utile riservarsi degli spazi in cui non si parla del tema dominante, vale sempre il fatto che per ogni contenuto occorre pesare la “carica emotiva” di ciò che comunichiamo;
  • in tutto questo, non scordate di aggiungere sempre un pizzico di gentilezza in più.

Continuare a fare squadra

L’elenco che abbiamo appena fatto, a sua volta, è una premessa operativa per l’obiettivo principale: mantenere il team di lavoro coeso

Il lavoro a distanza potrà anche diventare uno standard diffuso, ma sarà sostenibile fondamentalmente a due condizioni: mantenere alto il livello di comprensione reciproca dei lavoratori e garantire una buona circolazione delle informazioni, interne ed esterne.

Uno dei maggiori rischi dell’isolamento – ne parla, ad esempio Gillian Tett sul Financial Times in un pezzo dedicato alla recente riapertura della Borsa di Wall Street – è quello perdere la visione periferica su ciò che accade, e concentrarsi, per quanto inconsapevolmente, su ciò che sta a portata di mano (digitalmente parlando, almeno) a scapito di una visione globale.

Per questo, informarsi proattivamente, creare momenti di scambio informale con i colleghi, condividere fonti di informazione comuni – potete dare un’occhiata, al riguardo, ai nostri abbonamenti aziendali o ai briefing corporate – è un antidoto al rischio di rinchiudersi eccessivamente nella propria “bolla” di riferimento.

Il lavoro mediato dalla tecnologia ha, in un certo senso, più che mai bisogno di umanità: lasciarla trasparire – anche sotto forma, qualche volta, di gatti e bambini che appaiono nell’inquadratura di una call – non è un male. 

Se il lavoro da casa è destinato a confermarsi come modello diffuso, sarà altrettanto saggio creare linee di demarcazione: fisiche all’interno della casa, digitali riguardo a quali strumenti usiamo e per quali fini, e temporali per garantire un giusto spazio a tutte le aree della nostra vita.

Cosa hanno in comune giornalismo e software

Oltre a un’anima giornalistica, Good Morning Italia ha un cuore tecnologico, rappresentato da un team di sette persone, tra web designer e sviluppatori, che lavorano tra l’Italia, Londra e New Delhi. Il frutto del loro lavoro è la piattaforma digitale che include l’Editor con cui da circa un anno a questa parte produciamo quotidianamente il briefing.

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“Giornalismo e software sono due attività artigianali. Si somigliano perché ogni obiettivo o necessità può trovare, nei rispettivi campi, una risposta costruita in mille modi diversi – racconta Paolo Valdemarin, Cto di Good Morning Italia e responsabile del team – e quindi entrambi lasciano grande spazio alla creatività”.  

Atomi di notizia
Il risultato di questa idea è la scelta di progettare una piattaforma tecnologica dedicata, sostituendo il software per l’invio di email usato in precedenza – efficiente sì, ma predisposto per un insieme di obiettivi prefissati e quindi limitati.

L’idea dell’Editor, i cui lavori sono iniziati tre anni fa, si basa su quella che Paolo definisce ‘una teoria unificatrice delle notizie’: “Il briefing è composto di singoli ‘atomi di notizia’ – spiega – e su questi singoli elementi possiamo intervenire per utilizzarli in modo flessibile. Più siamo capaci di rendere quest’utilizzo elastico, più siamo in grado di creare nuovi prodotti di informazione”.

I pesi in gioco in questa visione sono principalmente due: la selezione giornalistica delle notizie e gli interessi dei lettori. La sfida, nel tempo, tenere insieme questi due punti di vista e, grazie alle capacità della piattaforma, mantenere i vantaggi di entrambi.

“In questo senso, da un punto di vista tecnico, i metadati che accompagnano ognuno dei news item che compongono il briefing – spiega Paolo – sono la parte più interessante perché definiscono, ad esempio attraverso l’attribuzione della categoria o dell’importanza di una notizia, la forma che il briefing assume. Nel tempo questa capacità di definizione aumenterà e sarà raffinata ulteriormente”. 

Officina interattiva

Per immaginare e costruire l’Editor e le sue funzioni, il team lavora secondo una metodologia basata su un approccio iterativo – riducendo all’osso: progetto, sviluppo, test, implementazione e via da capo è lo schema – che parte sempre da una domanda: qual è il problema che devo risolvere? 

“Un ragionamento piuttosto comune quando si dialoga con designer e sviluppatori è chiederci di realizzare una certa soluzione: un pulsante, una schermata o qualcosa del genere – racconta Paolo -. Partire dal problema, invece, è il punto di vista che noi preferiamo. Identificata la domanda, processo non banale tra l’altro, proviamo a immaginare delle soluzioni, sotto forma di piccole storie, in cui a fronte di ogni ipotesi immaginiamo specifici sviluppi, alternative e/o conseguenze di quella certa soluzione progettuale”.

Tornando alle analogie tra software e giornalismo, se pensiamo al fatto che non esista un unico modo di scrivere un notizia soddisfacendo il bisogno di informare, diventa più chiaro come allo stesso modo non esista un unico modo di realizzare un software utile a soddisfare il bisogno di informare (continua…).  

Come scegliamo le fonti

Reuters, Financial Times, Repubblica, Corriere, Washington Post, Politico, Guardian, Le Monde, Il Sole 24 Ore, New Yorker… l’elenco potrebbe continuare a lungo, ma se siete già nostri abbonati (se non lo siete ancora, potete fare una prova gratis di 30 giorni), sapete che, giornalisticamente parlando, dentro a ognuno dei nostri briefing c’è uno spicchio di mondo

Credits: Tomasz Hanarz

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Come scrivevamo qualche tempo fa – qui e qui, per l’esattezza – crediamo che i link alle testate siano una forma di meritocrazia. Perciò dietro a ogni link, c’è una scelta che si basa su questi criteri:

  • chi prima arriva: la priorità va, ça va sans dire, alla testata che per prima ha pubblicato la notizia, in esclusiva o meno;
  • chi meglio arriva: se non c’è nessuno al quale è possibile attribuire la maggiore tempestività della pubblicazione, cerchiamo di trovare la cronaca più chiara e ricca, l’analisi più approfondita, l’opinione che proponga una risposta o che faccia sorgere una domanda;
  • il più vicino: specie se parliamo di fatti avvenuti all’estero, ma può valere anche per la cronaca locale, ci sforziamo di trovare la fonte giornalistica più vicina. La conoscenza del contesto che possiede chi vive in un luogo è una ricchezza da valorizzare anche attraverso il briefing e, grazie a Internet, la scelta di non avere confini – geografici e mentali – è una scelta possibile;
  • il più accessibile: nei limiti delle nostre possibilità ma sempre nel rispetto dei criteri che abbiamo appena elencato, cerchiamo di scegliere preferibilmente link che non richiedano un abbonamento per accedere.

Last but not least, c’è una categoria a parte di link – un po’ come le menzioni speciali delle giurie ai festival – che potremmo chiamare “sii il mio Virgilio”. È quella che riguarda soprattutto le letture che pubblichiamo nella sezione “Weekender” e le aperture della domenica e che comprende tutti quegli articoli che, leggendoli, ci hanno portato in un luogo nuovo, ci hanno mostrato le cose da un altro punto di vista, ci hanno fatto pensare: “Wow, questo sarebbe perfetto per Good Morning Italia!”. 

Politico Playbook, le orecchie (e la voce) di Washington

Se ogni buon scrittore, per imparare a fare il proprio lavoro – e per migliorarlo – dovrebbe leggere il più possibile, per analogia, lo stesso vale per chi come noi cura un briefing dedicato alle notizie. Nel nostro caso, la nostra dieta, in dosi e declinazioni variabili, è composta da diverse newsletter di informazione.

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Una tra tutte, la leggiamo, oltre che con interesse, anche con un certo “affetto”: è Politico Playbook, la newsletter di informazione sulla politica Usa, inventata nel 2007 dal giornalista Mike Allen.
Da questa corrispondenza uno a molti, che è valsa ad Allen l’appellativo “dell’uomo con cui si sveglia la Casa Bianca” (copyright del New York Times, che nel 2010 gli dedicò un lungo e sagace profilo), infatti è nata l’idea di Good Morning Italia. 

Più precisamente, la molla che ha poi influenzato i ritmi circadiani dei componenti della nostra redazione è stata un misto di ammirazione e invidia, provato leggendo quelle righe. 

Allen, nel frattempo, nel 2017 è migrato da Politico a un altro suo progetto d’informazione (e di successo), Axios, ma se date un’occhiata a una qualunque delle edizioni del Playbook, ancora oggi la sensazione è proprio di avere in mano una bussola della giornata.

I contenuti chiave sono chiari, ordinati, esposti in modo semplice ma originale. C’è spazio per firme e articoli che in quella giornata spiccano, poco importa se arrivano da altre testate: ciò che conta è creare un panorama di informazione condivisa.

Oggi questo stile è abbastanza diffuso, è diventato comune ad altri prodotti simili, ma in quegli anni, nella seconda metà del primo decennio del Duemila, quella scelta di riconoscere la capacità di arrivare per primo su una notizia o quella di averla approfondita meglio, era insolita e spiccava. Con il senno del poi, appare sensato considerarla una buona anticipazione di come sempre di più ci siamo abituati a cercare l’informazione in rete.

Dall’altra, proprio per abbreviare il percorso, la newsletter di Politico è stato uno dei primi contenitori a puntare sulla capacità di sintetizzare nell’arco di poche righe le cose che davvero conta sapere, facendo risparmiare tempo ed energie ai propri lettori. 

Un “vezzo” tipico del Playbook, esportato anche in altre versioni come Brussels Playbook, dedicata a ciò che succede nella politica europea, è quello di ricordare i compleanni del giorno di personaggi rilevanti o comunque da conoscere e, più strategicamente, tenere d’occhio i cambi di ruolo di politici e funzionari, spesso predittivi (o risultati) delle modifiche alla rotta decise da chi detiene il potere al momento.

Nel contesto della politica americana, il Playbook, nato come un aggiornamento interno alla redazione di Politico, è diventato, come ha scritto il New York Times, una sorta di alter ego di Allen stesso. 

Persona riservata fino all’inversomile – pare che nessuno dei suoi amici sappia dove abiti esattamente o sia mai andato a trovarlo – Allen – che oggi produce due briefing, uno al mattino e uno serale per Axios – è stato capace, come spesso accade a quelli discreti, di ascoltare ciò che gli accadeva attorno, recepirlo e condirlo con una fitta rete di relazioni, trasformando tutto questo in un prodotto che è praticamente diventato un riferimento da manuale nell’ambito delle newsletter.

Sintonizziamoci

Credits: Janne Räkköläinen (CC BY-SA 2.0)

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Il lavoro di chi cura un briefing come Good Morning Italia è un lavoro di “content curation”, per dirla in gergo anglofilo. “Cura del contenuto”, se vogliamo tradurlo.

Ordinare e dare struttura alle notizie – scrive Joshua Benton, direttore del Nieman Lab – è il senso del lavoro del curatore. Ed è anche quello che, prima della diffusione massiccia di Internet, era un lavoro appaltato pressoché esclusivamente ai giornali”.

La Rete, così come funziona ora, ha almeno in parte “smantellato” questo appalto, che oggi è messo in atto attraverso strumenti diversi, tra cui le newsletter, incaricate di selezionare le news, attraverso uno o più criteri di rilevanza. Obiettivo finale: rendere il lettore (che magari è anche un abbonato alla testata, oltre che alla newsletter) più informato perché meglio informato

Se siete arrivati fin qua, probabilmente vi potrebbe venire in mente di chiedervi dov’è che vogliamo arrivare esattamente. La risposta è che no, non abbiamo intenzione di tenere un corso di “Teoria e tecnica della newsletter”. Invece, da qualche tempo stiamo lavorando sul concetto di personalizzazione. Cioè immaginare e poi fare, combinando strumenti tecnologici e lavoro giornalistico, un briefing sempre più a misura di ogni nostro abbonato.

Ragionando su questo tema, quindi, non poteva passare inosservata la notizia che l’ammiraglia delle newsletter del New York Times, “The Morning” sarà affidata a una firma di rilevo del giornale, David Leonhardt, che nell’annuncio dato dal giornale è presentato come “padrone di casa e conduttore” della newsletter.

Sì, il linguaggio è proprio quello di una trasmissione televisiva – richiama i noti “morning show” trasmessi da varie emittenti negli Usa e nel mondo – e può sembrare curioso per un prodotto digitale, dove non vediamo il volto e non sentiamo la voce del curatore.

Il motivo, come argomenta Benton, è che una newsletter che funziona – a maggior ragione in un mercato che ne è estremamente ricco – non può prescindere dall’ingrediente “umano”. Portare la metafora del conduttore e dello spettatore è un modo per sottolineare che l’obiettivo da raggiungere (o da rafforzare) è il legame personale tra il curatore e il lettore. Attenzione: non come protagonismo del primo, ma, al contrario, tenendo come centro le richieste del lettore, quelle che lo portano a fare clic e aprire la mail. E se va bene, a fare ancora clic e leggere gli articoli suggeriti.

Questa è una ricetta più adatta – ma in termini di risultati lo vedremo ovviamente meglio con il tempo – a una grande testata, ma è un segnale interessante della direzione in cui sta progredendo questo settore: io curatore seleziono per te il meglio, sempre di più, in modo sempre più raffinato, diversificando le strategie con cui lo faccio. Mi sintonizzo con te per essere più efficace.

E su questo tipo di strategia stiamo studiando e lavorando tanto anche noi in questo periodo. Ne riparleremo ancora, presto.