“Una buona informazione richiede metodo”: intervista a Giacomo Vendrame, segretario organizzativo di Cgil Veneto

Giacomo Vendrame, segretario organizzativo Cgil Veneto

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Contesto, dialettica e autorevolezza: sono in breve le parole con cui Giacomo Vendrame, segretario organizzativo di Cgil Veneto e abbonato di lungo corso di Good Morning Italia, racconta la sua idea di informazione.

“Credo che uno dei bisogni primari oggi sia la necessità di capire quali sono i processi di trasformazione in atto, quindi processi reali e complessi di cui siamo parte. Non sempre siamo d’accordo, ma Good Morning Italia è una fonte autorevole ed è uno stimolo per fare approfondimento culturale e crearsi dei riferimenti in vari ambiti di competenza da seguire poi anche direttamente attraverso i social network, i loro scritti e interventi pubblici”, afferma Vendrame, che ha portato all’interno del sindacato regionale l’abitudine del daily briefing, tramite un abbonamento per le organizzazioni, condivisa oggi con gli altri membri della segreteria organizzativa e l’ufficio stampa.

Perché questa scelta e come si integra nella vostra dieta informativa?

“Abbiamo a disposizione una rassegna tematica nazionale per tutti i dirigenti, una regionale e usiamo Good Morning Italia come integrazione delle prime due perché ci siamo resi conto che, altrimenti, avevamo una visione parziale di ciò che accade quotidianamente. In genere, personalmente, lo leggo tutti i giorni al mattino; poi nel fine settimana, in cui stacco un po’ di più per stare con la famiglia, lo leggo con più calma o magari direttamente la domenica pomeriggio perché in questo modo mi permette di arrivare lunedì mattina aggiornato su cosa è accaduto nel fine settimana”.

Cos’altro legge regolarmente? 

Seguo molto LaVoce.info, Limes e poi contenuti e pubblicazioni prodotte o comunque collegate alla Cgil. Quello che mi interessa è trovare soprattutto fonti di informazione che sappiano approfondire e argomentare in modo sostanziale il tema affrontato, permettendo a chi legge di comprendere nel merito le motivazioni all’origine di un’opinione o i meccanismi alla base di un fenomeno sociale o economico”.

Cosa manca invece a suo avviso nell’informazione odierna?

“Penso che manchi il punto di vista del lavoro. Intendo proprio, la sensazione che un lavoratore faccia fatica a leggere di se stesso quando legge le notizie, della sua quotidianità. Si è persa la capacità di ascolto, di ragionare in modo dialettico, di far emergere quella che è la complessità quotidiana del lavoro, al di là delle crisi, delle vertenze che fanno notizia ma che sono solo una parte della realtà”.

La newsletter economy

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Il New York Magazine l’ha battezzata “newsletter economy”. Il Washington Post parla invece di “mini imperi dei media”. La sostanza è che, mentre l’emergenza sanitaria determinata dal coronavirus restringeva i budget delle testate nazionali e locali – ma questo non è l’unico motivo -, diversi giornalisti hanno deciso di avviare, singolarmente e in qualche caso in team, nuovi prodotti editoriali sotto forma di newsletter.

Una delle piattaforme più diffuse è Substack – ma ci sono, ad esempio, anche Ghost e Revue – che consente di produrre newsletter gratuite e a pagamento e che ospita prodotti come The Dispatch, testata-newsletter di stampo conservatore; le riflessioni della storica Heather Cox Richardson, che contestualizza le principali notizie sugli Usa in una prospettiva storica; Bill Bishop, ex firma del New York Times e di Axios, che quotidianamente su Sinocism parla di tutto ciò che riguarda la Cina. Ma c’è anche la scrittrice e comica Sam Irby – qualche mese fa avevamo parlato del suo ultimo libro in una delle nostre aperture domenicali – e l’esperto di tecnologie Azeem Azhar, con la sua Exponential View

Dal punto di vista dei lettori, il piatto è goloso per chi desidera coltivare un interesse, approfondire dei temi, a scopo personale o professionale, avere un filo diretto – fattore affatto secondario – con uno o più dei propri autori preferiti. E per tutto questo è disposto a investire.

Dall’altro lato dello schermo, per chi scrive, la newsletter può rappresentare un’alternativa per lavorare e guadagnare in autonomia. Senza illusioni: il percorso verso la redditività non è automatico, ma osservando il mercato, specie se si utilizza una lingua franca come l’inglese, e mettendo in conto tempi di sviluppo nell’ordine di almeno un paio d’anni, una newsletter che trova una propria nicchia di contenuto e di pubblico può diventare, perlomeno, una delle fonti di reddito di un giornalista.

Substack, che guadagna in percentuale sugli abbonamenti mensili e annuali sottoscritti per ciascuna newsletter, ha anche creato un sistema per favorire il lancio di nuovi contenuti. Il supporto include copertura legale e dei fondi, il cui importo può variare tra tremila e centomila dollari, che funzionano come una sorta di anticipo, ispirato a quello che le case editrici offrono agli autori più promettenti. Ne ha beneficiato ad esempio Emily Atkin, ex redattrice del magazine New Republic ed esperta di ambiente che oggi lavora interamente, con il supporto di un’assistente per le ricerche che ha assunto, su Heated, la sua newsletter dedicata al cambiamento climatico (Wired).

Un ultimo punto da osservare, come ha scritto David Brooks sul New York Times, è l’impatto di questi prodotti sul dibattito pubblico su alcuni temi. La newsletter è, in un certo modo, uno “speakers’ corner” che consente all’autore libertà di espressione e, dall’altra, consente altrettanta – non scontata – “libertà di ascolto” al lettore. 

Unire i puntini. Il referendum costituzionale

Da questa settimana inauguriamo una nuova rubrica: si chiama “Unire i puntini”: una volta al mese – ma, se l’attualità lo richiede, potrebbe essere un po’ più spesso – facciamo, con il nostro stile, il punto su un argomento di cui “tutti parlano” per capire meglio contenuti, punti di vista e conseguenze.

Cominciamo con il
referendum costituzionale.

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TAGLIO SÌ, TAGLIO NO
Domenica 20 e lunedì 21 settembre si vota per il referendum costituzionale relativo alla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione (Sky TG24).

In sintesi, i cambiamenti introdotti con la legge costituzionale prevedono:

  • la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400;
  • il taglio del numero dei senatori da 315 a 200;
  • i senatori a vita, nominati dal Presidente della Repubblica, potranno essere massimo 5 in contemporanea.

Se la riforma sarà approvata, entrerà in vigore al prossimo rinnovo del Parlamento. 

Nell’urna Chi vota sì al quesito referendario, vota a favore del taglio dei parlamentari. Chi vota no, sceglie di lasciare il numero di deputati e senatori uguale a quello attuale. Il referendum costituzionale non prevede la necessità di raggiungere un quorum.

  • Come cambierebbe il Parlamento con il taglio dei parlamentari (Sky TG24).

Come si vota Domenica si voterà dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15. Per votare servono la tessera elettorale, un documento d’identità e la mascherina. Per chi non può andare al seggio, perché ammalato di Covid-19, in quarantena o in isolamento, dal 10 al 15 settembre può richiedere al proprio Comune di votare a domicilio (Corriere).

Com’è cominciata La legge di riforma costituzionale è stata approvata a maggioranza assoluta l’8 ottobre 2019, con il voto favorevole di M5s, Pd, Iv, Leu, partiti che sostengono il governo, e di Forza Italia, FdI e Lega per l’opposizione (Agi). 

La accendiamo? A gennaio 2020, però, 71 senatori di tutti i partiti, esclusi Fratelli d’Italia e il gruppo Per le autonomie, hanno presentato la richiesta di referendum confermativo alla Corte di Cassazione (La Stampa). Questo è possibile perché per le riforme costituzionali, se l’approvazione della nuova norma non ottiene il voto favorevole di almeno i due terzi in ciascuna delle due camere, nei successivi tre mesi si può richiedere il voto popolare sulla modifica.

C’è chi dice sì Il Movimento 5 Stelle è stato il primo promotore di questa riforma, in linea con la propria politica “anti casta”. In favore sono schierati anche Lega Nord, Forza Italia – ma con successivo un distinguo fatto da Silvio Berlusconi in un’intervista su La Nazione – e Fratelli d’Italia.
Le ragioni a favore del taglio dei parlamentari sono riassunte in un post, pubblicato ad agosto, sul blog del Movimento:

  • taglio dei costi di funzionamento del Parlamento pari a cento milioni all’anno e 500 per l’intera legislatura;
  • snellimento del funzionamento delle commissioni e dell’aula;
  • limitazione della frammentazione di gruppi parlamentari, ritenuta più favorevole a “occupare poltrone” che a garantire il rispecchiamento della volontà politica dei cittadini.

Sì, ma… Il Partito Democratico, in questa situazione, figura tra gli indecisi e conta tra le sue file diversi contrari “di peso”, come Romano Prodi, Matteo Orfini, Giorgio Gori e Gianni Cuperlo: il voto positivo in Parlamento, infatti, era stato legato all’introduzione di tre correttivi, rimasti arenati a lungo anche in seguito all’emergenza sanitaria (Openpolis) – oltre a una nuova legge elettorale proporzionale con uno sbarramento al 5% – per riequilibrare il taglio dei parlamentari.
A fine agosto la maggioranza ha definito una tabella di marcia per la riforma della legge elettorale e le altre modifiche, tra cui il voto al Senato per i diciottenni e la cancellazione dell’elezione su base regionale per il Senato (Agi).

Vedo e rilancio Lunedì 7 settembre, durante la direzione del partito, il segretario Nicola Zingaretti ha proposto di votare sì, accompagnando la campagna referendaria con una raccolta di firme per il bicameralismo differenziato, nel tentativo di mettere pace nel partito e salvare l’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle (Repubblica). La proposta è stata approvata con 188 voti favorevoli, 18 contrari e 8 astenuti (Il Sole 24 Ore).

E invece ni! Italia Viva, da parte sua, ha deciso per lasciare libertà di voto ai propri parlamentari: Matteo Renzi ha sottolineato che, a suo avviso, si tratta di una “riforma demagogica” e dopo il referendum “servirà una vera riforma” (Fanpage).

… e chi dice no Sul fronte politico, +Europa e alcune formazioni di sinistra sono invece schierati tra i contrari alla riforma. A loro si aggiungono diversi giuristi.
Le ragioni del no sono riassumibili così:

  • secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, il risparmio al netto delle imposte e dei contributi sarebbe di 57 milioni all’anno e 285 per la legislatura; 
  • la riduzione dei parlamentari eletti ridurrebbe la rappresentatività di ognuno: oggi abbiamo un parlamentare eletto a suffragio universale ogni 63 mila abitanti; con la riforma il rapporto passerebbe a uno ogni 101 mila abitanti. Di conseguenza, il voto di un singolo elettore “peserebbe meno” nell’insieme di quelli necessari per l’elezione (Pagella Politica);
  • il ritorno a un sistema elettorale proporzionale potrebbe generare un Parlamento più frammentato, nel quale gli accordi di governo potrebbero più facilmente essere definiti dopo il voto (Il Sole 24 Ore).

Diamoci un contesto!

Settembre è il nuovo gennaio?

Una certa aria di ripresa, a dirla tutta, dalle nostre parti si sente, mentre finiamo di ripiegare gli asciugamani da spiaggia e spazzoliamo gli scarponcini da trekking (almeno fino al prossimo weekend!).

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In questo clima – e non solo per questo, come vedremo tra un momento – ci è tornata in mente una conversazione di qualche tempo fa con un nostro abbonato che lavora nel settore finanziario: “Uno dei motivi per cui leggo il briefing Good Morning Italia – ci ha detto – è che mi permette di comprendere il peso di una notizia nel contesto generale. All’interno di una rassegna stampa settoriale il rischio è di perdere un po’ l’eco, le relazioni, l’impatto che quel fatto ha in un panorama più ampio”.

In un anno a dir poco avventuroso come quello in corso, ripensare a questa considerazione ci ha fatto riflettere anche sulla sensazione – che forse avete avuto anche voi – che nella routine mediatica, spesso ci sfugga il panorama complessivo.

Ecco perché per l’autunno ci siamo dati un solo “buon proposito”: darvi un contesto.

No, non è cosa da poco: è uno sforzo che ci impegnerà, letteralmente, dalla sera alla mattina.
È, in un certa misura, una “fissazione” comune nella nostra redazione, nata dalla necessità di unire i puntini per fare meglio il nostro lavoro e per capire meglio ciò che abbiamo attorno.
È uno dei motivi che, a suo tempo, ha dato vita al nostro briefing.
È una sfida perché richiede approfondimento, tempo e perché non sempre è possibile definire l’intero contesto, ma solo una parte. E questo significa altro lavoro, per tornarci sopra e completare il puzzle.
Però è anche elettrizzante e appagante: la lucidità che deriva dall’avere un contesto chiaro somiglia molto a quel sentimento di soddisfazione, forza e meraviglia che senti quando arrivi in cima e osservi dove ti ha portato la scarpinata appena fatta.

Quindi, preso atto che si ricomincia, facciamo un (altro) pezzo di strada insieme?
E se volete dare un po’ di contesto anche ad amici e parenti (nb: accettiamo tutte le forme di parentela, anche estranee alla definizione di congiunti), ricordatevi che potete invitarli a fare una prova gratuita di 30 giorni oppure regalare loro un abbonamento.

Il mattino ha sempre l’oro in bocca!

“Una buona impresa ha bisogno di ragionare anche sul fallimento”: intervista a Diva Tommei, direttrice di EIT Digital

Diva Tommei

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Diva Tommei, 36 anni, è una ricercatrice e imprenditrice che da Roma, passando per Cambridge e San Diego, ha costruito un percorso che l’ha resa un riferimento nel settore della tecnologia, un traguardo riconosciuto anche dall’essere stata indicata da Forbes nella sua classifica “Top 50 Women in Tech”.

Laureata in biotecnologie, un master in genomica e poi un PhD a Cambridge in biologia molecolare e computazionale, dalla Gran Bretagna vola oltreoceano per frequentare la Singularity University. Da lì nasce la sua esperienza, durata quattro anni, come imprenditrice con Solenica, una startup il cui obiettivo era utilizzare le tecnologie per migliorare la vivibilità degli ambienti chiusi, che è stata incubata nell’acceleratore Qualcomm-Techstars, a San Diego.

Oggi Diva è direttrice per l’Italia di EIT Digital, il braccio dell’European Institute of Innovation and Technology della Commissione Europea, che si occupa di favorire l’innovazione digitale e dall’inizio dell’anno si è trasferita a Trento.

Il tuo percorso è a cavallo tra ricerca e impresa: quali sono i punti di contatto e le differenze tra questi due ambiti, secondo te?

“Credo abbiano in comune una struttura di pensiero simile, nel senso che il ricercatore cerca delle informazioni che gli permettano di generare delle ipotesi e poi usa gli esperimenti per validare queste ipotesi. Nell’impresa, allo stesso modo si procede per cicli di raccolta e verifica delle informazioni che servono a definire, per esempio, se esiste la domanda di un prodotto, quali caratteristiche deve avere questo prodotto, che prezzo i potenziali clienti vogliono pagare. In base alle risposte, così come in base ai risultati degli esperimenti, si struttura e si adegua la parte successiva del percorso. La differenza è che nell’ambito imprenditoriale, questo ciclo di domande e risposte è molto più veloce”.

A proposito di impresa, nel 2017 hai partecipato a TEDxTiburtino parlando del fallimento: a te cosa ha insegnato?

“L’importanza delle persone con cui scegli di lavorare. È difficile trovare la ricetta giusta, ma a parità di condizioni sono le persone che fanno la differenza”. 

E in termini di “cultura del fallimento” l’Italia a che punto è oggi?

“Penso abbiamo fatto dei passi avanti importanti, anche se lentamente e la lentezza non va d’accordo con l’innovazione. Ascoltare e far parlare imprenditori, di successo e non, è sempre un arricchimento. Noi, invece, ci basiamo ancora troppo su una gerarchia che non contempla gli errori, i cambi di rotta”.

Parlando invece della tua routine, quali sono le attività alle quali non rinunceresti?

“La prima, direi, è la compagnia dei miei due cani, Jack e Leila, il tempo che passo con loro. Poi, lo sport: a Cambridge facevo canottaggio e da allora mi è rimasta la necessità di praticare attività fisiche intense, come il crossfit. Durante la quarantena, per non perdere l’abitudine mi sono iscritta al programma via app della Nike. La terza è collezionare whisky e, insieme a mio marito, organizzare viaggi per andare a visitare distillerie. Infine, una cosa a cui tengo molto, che sta a cavallo tra il tempo libero e il lavoro, è fare la mentor per Young Woman Network, un’associazione dedicata al supporto professionale di donne tra i 20 e i 30 anni che entrano nel mondo del lavoro o che stanno sviluppando il proprio percorso professionale. È un ‘give back’, un modo per condividere e mettere a disposizione ciò che ho imparato nelle mie esperienze. Ora ho preso una pausa in concomitanza con l’inizio del mio attuale lavoro, ma conto di riprendere in futuro”.

Come comincia la tua giornata?

“Mi sveglio e mi metto quasi subito a lavorare, non faccio colazione, al massimo bevo un caffè o una tisana. In quel momento, o in alternativa a pranzo, leggo Good Morning Italia, che mi ha dato quella visione concisa delle notizie del giorno, che posso leggere e capire velocemente, come quando stavo negli Usa accadeva con The Skimm”. 

Gli ultimi libri che hai letto?

“Sono una divoratrice di gialli. Gli ultimi ai quali mi sono appassionata sono quelli di Antonio Manzini, che hanno per protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, e quelli di Gianrico Carofiglio, con l’avvocato Guerrieri. Questi li abbiamo letti insieme con mio marito per ridere insieme mentre li leggevamo. Leggo molto anche libri che riguardano l’innovazione, il venture capital, per esempio, quelli di Steve Blank”.  

Questo 2020 è un anno di cambiamento, ne abbiamo preso tutti atto. A te cosa sta insegnando?

“Innanzitutto, credo che lo smart working abbia esasperato il mio atteggiamento verso il lavoro, da sempre molto presente nelle mie giornate, e questo mi ha fatto riflettere sulla necessità di ristabilire un ritmo più vivibile. Mi piacerebbe ad esempio, dato che con mio marito siamo appassionati di camminate, prendermi del tempo in futuro per passare qualche mese a esplorare i cammini a piedi in Italia. Sto collezionando una serie di guide per prepararmi”.

Una cultura dell’errore

Credits: Pat Lyn- CC0 Public Domain

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Che cosa significa avere una “cultura dell’errore”? In sintesi, la risposta è: definire un modo per cercare di migliorare sempre il lavoro che si fa.
A molti di noi è stato “inculcato” che sbagliare “è il male”, ma più onestamente e lucidamente, un errore è una parte del processo
Non c’è lavoro, incluso quello giornalistico, che ne sia esente e ragionare su come comportarsi, tra colleghi e rispetto al proprio pubblico, quando se ne verifica uno, è un modo per trarre dei vantaggi, a partire dalla consapevolezza, dall’accaduto.

Il rischio di sbagliare, da manuale di giornalismo, andrebbe limitato con dosi massicce di verifica, per quel che riguarda i contenuti, e di riletture, per quel che riguarda la forma.
Queste regole base, ovviamente, valgono anche per noi che curiamo un daily briefing: “Chi ha pubblicato per primo la notizia?”, “Le versioni concordano?”, “E se no, qual è quella più completa?” sono domande quotidiane che ci poniamo mentre selezioniamo gli articoli da linkare.
E poi: attenzione alla traduzione – billion vuol dire miliardo, trillion invece bilione o milione di milioni, se preferite – o al correttore che, false friend, trasforma il premier indiano Narendra Modi in Merenda Modi (aveva fame, forse? Non lo abbiamo ancora capito con certezza!), che suona come un simpatico personaggio da fumetto disneyano, ma, ahinoi, è un po’ poco informativo.
Non per cercare scuse, ma in questo campo la sveglia presto e la chiusura tardi sono altri compagni di viaggio da tenere d’occhio.

Di fronte all’ineluttabile rischio, perciò, abbiamo provato a costruire una nostra “cultura dell’errore”, che parte da presupposto che l’errore può capitare, frutto magari di un momento di distrazione, ma poi è necessario e, a determinate condizioni, anche fruttuoso, saperlo gestire.

Le riflessioni che abbiamo fatto finora si possono riassumere in questi quattro punti: 

  • ascolto: voi, i nostri abbonati, siete molto attenti agli errori che facciamo, siano refusi o espressioni e contenuti che per qualche ragione “non vi convincono”. Perciò ascoltiamo sempre le segnalazioni dei lettori e, dove necessario, sono gli editor che hanno lavorato al briefing che dialogano nel merito con chi ci scrive per spiegare;
  • autocorrezione: un’altra abitudine che abbiamo è auto-segnalarci gli errori fatti e discuterne tra noi, nella chat di Slack o durante la call mensile dedicata a fare il punto sui contenuti editoriali, soprattutto quando si tratta di espressioni che possono magari creare un equivoco, sfumature di senso oppure traduzioni;
  • correzione: quando e dove possibile correggiamo. Tecnicamente, il briefing pubblicato sul sito e sull’app può essere aggiornato dopo la pubblicazione, diversamente dalla versione inviata tramite email. Per le questioni più rilevanti abbiamo comunque deciso di pubblicare un’errata corrige nel briefing del giorno successivo per segnalare in modo trasparente la correzione;
  • un errore resta nella memoria: a volte perché ci ha fatto sorridere, a volte perché ci fa arrabbiare con noi stessi per una svista banale. Il fatto che resti impresso, però, ha un vantaggio: porta con sé anche la memoria del perché è accaduto e di come prevenirlo o limitarlo.

Una cultura dell’errore, in conclusione, è un metodo per aumentare lo spessore del proprio modo di lavorare. 

Cosa vuol dire che “rispondiamo sempre”

Credits: Nick Youngson – CC BY-SA 3.0

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Per gli utenti di un servizio – dalla banca alla compagnia aerea, passando per la spesa online e il fornitore della linea Adsl – non c’è momento più gratificante o, al contrario, frustrante, di quello in cui hai bisogno di rivolgerti al customer care

È un’esperienza rispetto alla quale non è prevista immunità, perciò, da quando Good Morning Italia esiste, abbiamo deciso che uno dei pilastri fondamentali del servizio offerto agli abbonati è: “Rispondiamo sempre!”.

Valentina Ravizza

“In questi anni – racconta Valentina Ravizza, co-fondatrice di Good Morning Italia e responsabile del customer care – siamo riusciti a costruire un dialogo con i nostri abbonati, al punto che, personalmente, mi capita, anche a distanza di tempo di ricordarmi i loro nomi”, nonostante la comunità di utenti conti decine di migliaia di persone.
Un dialogo che ha varie facce: ci sono richieste per risolvere questioni tecniche, come un cambio dell’email a cui si riceve il briefing, la segnalazione di un invio che è non arrivato a destinazione o un problema nell’attivazione di un abbonamento.

“C’è però anche molta attenzione ai contenuti – spiega Valentina – attraverso la segnalazione dei refusi, la richiesta di avere un link che interessa per leggere un pezzo e che per qualche ragione non funziona, ma anche di sviluppare dei contenuti specifici e anche dei format. Alcuni utenti, ad esempio, ci hanno mandato la versione audio del briefing per proporci di farne un podcast”.

La maggior parte delle richieste arriva via mail, solo il 10% sceglie il contatto via Facebook e Twitter. “La logica di gestione – continua Valentina – è dare priorità alle emergenze e di gestire comunque ogni segnalazione entro le 24 ore successive”. 

Dialogare con gli abbonati riserva anche sorprese piacevoli: “Ci scrivono parecchi italiani emigrati, talvolta anche molti anni fa, che hanno scoperto Good Morning Italia e che lo usano per rimanere informati e legati a ciò che succede in Italia – aggiunge Valentina – e tanti anche per farci i complimenti, raccontare che cosa rappresenta il briefing nella loro giornata. Questi sono momenti sinceramente gratificanti che danno ancora più senso al suono della sveglia all’alba”.

Il customer care, rovesciando la prospettiva, è un utile termometro della situazione: “Mi sono resa conto – ragiona Valentina – che ascoltare gli abbonati è un pungolo continuo per fare meglio e potenziare il servizio. Al tempo stesso, credo che ‘l’attivismo’ manifestato dai nostri abbonati, anche su eventuali aspetti critici, sia il segno di una relazione davvero vivace. Da parte nostra, una cosa che tengo a sottolineare è che più immediate sono le segnalazioni, più velocemente il problema viene risolto”.

“Non sai mai da dove può arrivare una buona idea”: intervista a Benedetta Arese Lucini, ad di Oval Money

Parlare con i nostri abbonati è parte della filosofia di Good Morning Italia da sempre. Questa settimana, perciò, inauguriamo con Benedetta Arese Lucini una serie di interviste per dialogare su temi come il lavoro, l’informazione, l’innovazione e il loro approccio al ‘mondo che verrà’.

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Benedetta Arese Lucini

“Da imprenditrice penso che non si possa mai sapere da dove ti arriva una buona idea: è per questo che considero l’informazione quasi una parte del mio lavoro”: la voce di Benedetta Arese Lucini squilla sorridente al telefono da Londra, dove vive e lavora come ad di Oval Money. 

Benedetta è un’imprenditrice e un’abbonata di lungo corso di Good Morning Italia. Fino a oggi ha vissuto in 11 città, 7 Paesi e 3 continenti diversi, costruendo una interessante e variegata carriera nel settore delle startup. 

Benedetta, per cominciare, hai voglia di presentarti e raccontarci cosa fai oggi?
“Sono co-fondatrice e ad di Oval Money, un’app che aiuta a gestire e investire i propri risparmi. Sono stata general manager di Uber Italia e Sud Europa. Ho iniziato a lavorare nel settore della tecnologia e delle startup nel 2008 e in questi anni ho avuto la possibilità di vivere e fare esperienze all’interno di alcuni dei mercati più vivaci e attivi per questo tipo di imprese. Credo anche che una fonte molto importante della mia intraprendenza dipenda anche dal fatto che sono figlia di un imprenditore”.

Ora invece presentati scegliendo tre parole che ti rappresentano.
“Curiosa, determinata, dinamica”.

Ci spieghi cosa fa Oval Money?
“Oval è nata, di fatto, come un servizio rivolto a persone come me e i miei soci: giovani professionisti, che entrano nel mondo del lavoro e dell’impresa, iniziano a guadagnare e non sanno come investire perché in genere non ci sono delle soluzioni semplici e a misura di questo tipo di risparmiatore. L’obiettivo di Oval, quindi, è aiutare a comprendere come risparmiare e investire, a partire da piccole cifre che poi crescono nel tempo”.

In concreto, come lavorate per raggiungere questi due obiettivi?
“La prima leva è l’educazione finanziaria: curiamo la produzione di una serie di contenuti su diverse piattaforme, dal nostro blog a Instagram e Youtube, per fare divulgazione e informazione sull’argomento. Questo è indispensabile perché pur avendo una maggioranza di utenti che corrispondono a profili di studio medio alti nei rispettivi campi di attività, mancano le competenze in campo finanziario. L’altro elemento è l’accessibilità dei prodotti. Fondi e società d’investimento, di solito, vendono alle banche che poi collocano i titoli garantendo certi volumi di investimento. Noi, grazie alla tecnologia, riusciamo a rendere efficiente l’investimento su questi prodotti senza l’intermediazione di una banca, dando la possibilità di crearsi un piano di risparmio e investimento superflessibile e ricorrente partendo da 10 euro”.

Tu hai una lunga esperienza in ambito startup: a che punto è oggi il settore?
“Se definiamo ‘startup’ come aziende, fondate e gestite da team di persone giovani, che utilizzano la tecnologia per rendere possibili delle attività e risolvere dei problemi, abbiamo senz’altro di fronte un’industria, osservando l’orizzonte globale. In Italia, invece è ancora diffusa l’idea che si tratti soprattutto di ‘ragazzetti che giocano’, anche se in realtà i fondatori di startup sono in prevalenza over 30. Purtroppo questo comporta che stiamo perdendo o comunque sminuendo quella capacità di intraprendere e creare interi settori industriali, come la moda, il lusso, il food, che invece ha avuto e ha ancora un ruolo significativo nella nostra storia economica, dando vita ad attività che oggi producono sostanziose fette di Pil”.

Che cosa osservi e apprezzi nelle persone con cui lavori?
“Ho sempre cercato, indipendentemente dal ruolo, di lavorare con persone più intelligenti di me. Osservo molto come pensano, come risolvono i problemi, quale approccio hanno di fronte a una difficoltà o a un’attività da gestire. Se devo scegliere un dipendente, leggo il curriculum al contrario: parto dagli interessi e dalle attività extra-lavorative perché dicono molto della persona, al di là delle esperienze professionali e di studio”. 

Le donne che ruolo hanno nelle imprese innovative?
“A mio avviso ci sono opportunità enormi nel settore, ma se osserviamo di dati globali solo il 3% delle startup in cui arrivano investimenti sono fondate interamente da un team di donne. Una delle conseguenze, per esempio, è che così anche i prodotti e le soluzioni proposte da queste aziende sono modellate ‘a misura di uomo’. Se pensiamo in termini di target, vuol dire che stiamo perdendo o rischiando di perdere almeno il 50% del mercato. Scontiamo un problema di educazione: è ancora poco diffuso incoraggiare una ragazza a studiare materie tecniche, economiche e scientifiche. Eppure, sviluppare codice, ad esempio, richiede competenze tecniche, ma è senza dubbio un lavoro creativo”.

Cambiando tema, ci racconti qual è la tua dieta informativa?
“Mi informo quasi esclusivamente attraverso newsletter, con l’unica eccezione dell’abbonamento all’Economist. Good Morning italia è praticamente sempre la prima che leggo al mattino quando mi sveglio. In settimana magari un po’ più rapidamente, nei fine settimana invece approfondisco. Mi piacciono molto anche i podcast, che ascolto sempre al mattino, mentre corro. In generale, apprezzo tutti quei contenuti pensati – come si dice scherzosamente – per farci fare la figura di persone intelligenti quando facciamo conversazione a cena”.

Quali altre newsletter leggi?
“Soprattutto quelle che hanno contenuti legati al mio lavoro, come Techcrunch ed Exponential View, curata dall’esperto di intelligenza artificiale Azeem Azhar. Mi piace molto l’arte e quindi leggo newsletter come Artvisor e quelle di case d’aste come Sotheby’s e Christie’s”. 

E i podcast?
“Il mio preferito in assoluto è ‘How I built this’, prodotto dalla Npr, che racconta come sono nate grandi imprese come Airbnb e Lulu Lemon”.

Ultimi libri letti?
“La biografia di Phil Knight, il fondatore di Nike, ‘L’arte della vittoria’’, e quella di Stephen Schwarzman, fondatore e ad di Blackstone, che si intitola ‘What It Takes’. Mi piacciono molto i saggi che parlano di economia o comunque che affrontano le questioni con un approccio multidisciplinare come ‘Il cigno nero’ di Nassim Nicholas Taleb o i libri di Yuval Noah Harari”.

Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento: cosa ti sta insegnando e a cosa, secondo te, dovremmo dare priorità, come individui e come società, di fronte a questo cambiamento?
“Credo che mi abbia fatto notare quanto noi esseri umani abbiamo bisogno di convivialità. Da grande amante delle tecnologie, credo che in questa situazione le tecnologie abbiano dimostrato di non ‘essere abbastanza’. Ora penso che la priorità dovrebbe essere quella di ricreare in sicurezza la possibilità di coltivare i rapporti umani, senza intermediazioni digitali. Siamo tutti stati colpiti dal fatto che una cosa estremamente piccola come lo è, dal punto di vista fisico, un virus abbia scardinato l’idea di globalizzazione come l’avevamo in mente fino a pochi mesi fa. Per dire, oggi vivo a Londra e ho sempre viaggiato spessissimo, ma l’Italia in questo momento mi sembra lontanissima. Contemporaneamente penso che un momento di grande incertezza possa essere un periodo ottimale per le startup e per nuove idee perché richiede estrema creatività e velocità di adattamento”.  

Una newsletter che fa comunità

Credits: Annettet – CC BY-SA 4.0

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Un proverbio africano dice: “Se vuoi andare veloce, vai solo. Se vuoi andare lontano, vai in compagnia”.

La compagnia, nel caso specifico, è la comunità nera globale alla quale Opal Tometi – attivista per i diritti umani, scrittrice e co-fondatrice del movimento Black Lives Matter – si vuole rivolgere con la newsletter “Diaspora Raising”, lanciata lo scorso 19 giugno.

35 anni, ex direttrice esecutiva della Black Alliance for Just Immigration (BAJI), la prima organizzazione per la promozione dei diritti degli afro-americano nata negli USA, Tometi – racconta Forbes – ha scelto questa data, conosciuta negli Usa come “Juneteenth”, perché è il giorno in cui si celebra la liberazione degli schiavi, ricordando la promulgazione di un ordine federale che nel 1865 restituì la libertà a coloro che erano schiavi in Texas.

“Voglio celebrare questo giorno – ha scritto Tometi presentando la newsletter – ma voglio farlo andando anche oltre gli Stati Uniti per ricordare, attraverso le nostre storie di resistenza e resilienza, che siamo parte della comunità nera globale. L’obiettivo è creare un ponte che colleghi le diverse espressioni ed esperienze dei neri di tutto il mondo, sviluppando il nostro senso di appartenenza a una comunità globale”.

Il dibattito sull’identità e appartenenza all’interno delle comunità nere in America e in Africa è un tema discusso, come raccontava alcuni mesi fa questo articolo del New York Times: percezioni, esperienze e terminologia sono spesso oggetto di discussione all’interno dei due gruppi, ma Tometi, che ha origini nigeriane ed è nata e cresciuta negli Usa, sostiene che i punti di somiglianza sono molti più delle differenze. “Sono espressioni diverse della nostra cultura e della nostra vita – afferma – e la mia speranza è contribuire a creare uno strumento che ci permetta di sviluppare la nostra comprensione e i nostri legami reciproci”. 

La prima colazione

Qualche settimana fa una lettrice, neo abbonata, ci ha scritto un apprezzamento riguardo al nostro briefing, aggiungendo poi: “Non sono abitudinaria e spesso non ho il tempo (non faccio colazione…) per leggerlo la mattina”. 

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Noi, mattinieri per scelta editoriale, con la colazione, se proprio non ci identifichiamo, di certo sentiamo una discreta affinità metaforica.

Il vocabolario Treccani questo nostro rapporto simbiotico con la colazione, neanche a farlo apposta, lo spiega bene.

Alla voce corrispondente dice infatti:

Colazione: s. f. [dal lat. collatio -onis «il mettere insieme» e nel lat. tardo «riunione, conversazione»: in origine infatti era il pasto che i monaci prendevano dopo la riunione della sera].

Mettere insieme”, “riunire”, “conversare” sono parole che risuonano immediatamente in ognuno di noi: potremmo considerarle, senza troppe difficoltà, sinonimi di briefing.

Tra i modi di dire, Treccani ricorda anche:

  • invitare a colazione: ecco, non l’abbiamo forse mai messa in questi termini, ma quando premiamo il pulsante “Send briefing”, ci sembra molto appropriato pensare che stiamo invitando i nostri abbonati a [vedere la voce successiva]
  • una lauta colazione: ogni giorno, come raccontiamo qui, siamo in due a “imbandire la tavola”. La domenica, come tradizione, facciamo una “brunch edition” (si chiama proprio così!).

Ma non basta. La definizione del dizionario prosegue così:

  • Il primo, leggero pasto del mattino […].
  • Anche, il pasto del mezzogiorno, soprattutto se leggero, ma anche, spesso, il pranzo vero e proprio, detti talora seconda colazione per distinguerli dalla prima colazione del mattino […]. 
  • colazione di lavoro, pranzo leggero e rapido che interrompe solo brevemente una riunione di lavoro e durante il quale spesso si continuano a trattare i problemi in discussione […]. 
  • colazione al sacco, pasto o merenda a base di cibi solidi portati con sé in campagna, in una gita, in una escursione, e sim.

Cara lettrice, tutto questo per dirti – oltre a grazie per essere dei nostri! – che Good Morning Italia somiglia alla colazione e arriva a quell’ora, ma puoi declinarla come desideri: un giorno può essere la tua “seconda colazione”, un altro puoi portarla con te in gita al mare, un altro ancora puoi leggerla mentre fai una pausa dal lavoro.

È sempre un buon momento per una lauta conversazione!