L’industria e l’imperativo di investire

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Dario Di Vico

Nel 2020 abbiamo l’assoluta necessità che ripartano gli investimenti. Senza di essi infatti il sistema produttivo italiano mostrerà tutti i suoi limiti e nella difficile stagione in corso sarà chiamato a pagare dei prezzi salati. Il governo per l’anno nuovo parla di un +0,4% di Pil che dovrebbe quindi segnare una leggera risalita rispetto al 2019 ma che comunque ci vedrebbe ancora una volta come fanalino di coda dell’eurozona.

Ma non c’è solo un problema di congiuntura. La nostra industria ha bisogno di modernizzarsi, di entrare in pieno nell’era della digitalizzazione e quindi di recuperare ritardi che oggi ci paiono evidenti e che potrebbero compromettere il secondo posto nella manifattura europea, dopo i tedeschi e prima dei francesi.

Investimenti, dunque, che scarichino a terra la liquidità che le nostre imprese oggi hanno parcheggiata nei loro conti correnti (come dimostrato da una recente indagine Prometeia-Intesa Sanpaolo). Se poi da un’impostazione di carattere generale passiamo ad esaminare i singoli dossier settoriali le preoccupazioni non diminuiscono, anzi. Non sappiamo onestamente cosa ne sarà della siderurgia italiana dopo il caso Ilva. Un drastico ridimensionamento o addirittura una chiusura di Taranto comporterebbe danni evidenti per il Sud ma anche uno stravolgimento delle modalità di funzionamento dell’industria metalmeccanica del Nord. Saremmo costretti a comprare acciaio dagli
asiatici e l’operazione non si presenta facile.

Anche nel settore automotive gli interrogativi la fanno da padrone. Ci saranno da capire i riflessi dell’alleanza Fca-Peugeot sugli stabilimenti italiani in un contesto in cui la nostra industria della componentistica soffre già per gli effetti della crisi dell’industria tedesca dell’auto. La transizione tecnologica verso l’auto elettrica è una discontinuità che chiama in causa una capacità di risposta sistemica ma per ora i governi di Roma sembrano aver sottovalutato quest’emergenza o comunque si sono mossi in ritardo. Il 2020 sarà, dunque, un test di prima difficoltà per la nostra industria il cui esito non è scontato.

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La ricerca del consenso

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Lorenzo Pregliasco

Il consenso è fragile, il comportamento elettorale fluido e volatile. Negli anni che ci siamo lasciati alle spalle forse mai avremmo immaginato di assistere a tali e tante ascese e cadute di leadership, a (ri)flussi elettorali che di anno in anno, di mese in mese, ridipingono di nuovi colori la nostra mappa politica.

Molto ha a che fare con le dinamiche di ricerca del consenso politico. L’Italia del 2020 sarà una società frammentata come mai nel rapporto con l’informazione, e sfarinata nella relazione con il livello della rappresentanza politica e sociale. Una sfida che non investe soltanto partiti e leader, ma anche forme di intermediazione intorno a cui eravamo abituati a veder gravitare il dialogo istituzionale. Sindacati, associazioni di categoria, organizzazioni di rappresentanza degli interessi.

Difficilmente il 2020 segnerà una frenata rispetto a modalità e strategie di ricerca del consenso. Potremo anzi assistere a un’amplificazione di fenomeni come lo spezzettamento della dieta informativa – sempre meno lineare, sempre più cross-mediale – o la social-personalizzazione nel segno del Principe digitale di cui hanno scritto Mauro Calise e Fortunato Musella. Passaggi che, a differenza di quanto talvolta si pensi, non riguardano un’unica parte politica e non sono riferibili unicamente ai settori “populisti”. Ragionando sull’impatto del digitale nella comunicazione politica italiana, per fare un esempio, si rintracciano tante fasi, che ritroveremo nel 2020.

Dai 5 Stelle, primo esperimento di “partito digitale” che nasce dalla rete e oggi si misura con la sfida del governo, a Matteo Renzi, che oggi rivediamo alla guida di un partito personale, e che aveva in qualche modo inaugurato la rottura dei filtri giornalistici con il #matteorisponde in diretta su Facebook. Per arrivare a Matteo Salvini, che cercherà di combinare televisione, rete e territorio all’insegna della “formula TRT” intorno a cui ha consolidato il proprio consenso negli ultimi anni. Dall’Emilia-Romagna agli altri appuntamenti regionali e amministrativi – e chissà se nell’anno che verrà conosceremo anche elezioni politiche anticipate –, la ricerca del consenso politico continuerà insomma a accompagnarci, e a riguardarci.

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Sopravvivenza a 5 stelle

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Pietro Salvatori

L’apporto di una sconfitta è una visione più precisa di noi stessi”, diceva Emil Cioran. Parte da qui il 2020 del Movimento 5 stelle. Cosa accadrà la sera del 26 gennaio se la Lega espugnerà la Stalingrado del Pd, e conquisterà l’Emilia Romagna senza l’apporto magari determinante dei fanti pentastellati?

La grande incognita del futuro per Luigi Di Maio e dei suoi parte da qui. Ma anche dal dilemma di un partito che ha visto cambiare negli ultimi mesi del 2019 il paradigma della propria leadership. Il capo politico sempre più in difficoltà sembra aver abbandonato il carattere decisionista e solipsista nell’assumere decisioni che hanno caratterizzato l’evolversi e la natura stessa dei 5 stelle, dalla forzatura gialloverde alla capriola giallorossa, per citarne due tra le più clamorose. Stretto tra accuse e veleni, il leader non vuole cedere le redini, ma è costretto ad appellarsi una volta all’assemblea dei parlamentari, l’altra a Rousseau per cercare di governare la nave nel mare in tempesta.

Ma, per citare uno che in realtà lo aveva fin troppo chiaro in mente: che fare? Tenere la barra dritta e rimanere incollati a posizioni di governo difficilmente riconquistabili, o tornare alle urne sacrificando un potere che sembra logorare chi ce l’ha per serrare le fila e riprendere in mano il Movimento? “La regola dei due mandati vale anche per me, ma non lascio la politica”, ha detto Di Maio sul calar dell’anno, lasciando presagire un suo ruolo da conducator al prossimo giro di giostra anche senza candidatura a uno scranno parlamentare.

La paura che dalla via Emilia passi una sconfitta per il governo tutto e il sospetto che quella sconfitta la si stia cercando di pilotare sono i due poli magnetici intorno ai quali si muove la galassia pentastellata. Gli “Stati generali” già fissati per marzo sembrano già un’ottima mossa per una campagna elettorale che non c’è ma che forse già si immagina. Giuseppe Conte permettendo.

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Il Pd cerca il futuro

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Angela Mauro

Diceva un proverbio cinese: a un uomo puoi dare un pesce e lo nutrirai per un giorno, ma se gli insegni a pescare, lo nutrirai per sempre. Ecco, oggi il Pd e tutta l’area dei partiti di centrosinistra rischia di essere quell’uomo che più o meno all’improvviso ha ricevuto un bellissimo regalo: migliaia di sardine che si dimenano nelle piazze d’Italia contro Matteo Salvini ma più in generale contro i populismi, compreso quello del M5s. L’uomo che oggi ha del pesce fresco con cui nutrirsi, imparerà a pescare?

È questo il punto per il Pd e il centrosinistra affacciati sulla soglia degli anni Venti di questo secolo. Per non affogare, tocca mettere mano a due questioni. Il resto è alchimia elettorale con scarse possibilità di riuscita. La prima: la leadership del futuro. Le “sardine”, primo movimento che dopo tanti anni bussa alla porta del Pd e delle tante micro forze di centrosinistra, chiedono di entrare: chiedono inclusione. Potrebbe essere l’ultima scampanellata. Magari proprio lì si trovano i leader del domani o tra i giovani che manifestano per l’ambiente ai “Fridays for future”. Varrebbe la pena di fare scouting badando al merito e non alla fedeltà alla linea. La mancanza di ricambio generazionale tra le classi dirigenti è un problema sia per il Paese che per i partiti.

La seconda discende dalla prima: i contenuti. La selezione della leadership dovrebbe servire a pescare i più adatti a immaginare il mondo di domani. Nell’immediato, il momento è propizio per spingere su idee di sinistra
come lo ius soli, approfittando della debolezza del M5s al governo e la loro paura di tornare al voto. Ma serve l’idea, il progetto di lunga gittata che sfami chi in piazza non ne può di propaganda: chiede di poter fare o di potersi fidare di chi sa fare.

I grillini sono serviti solo per salire sul carro del governo, che peraltro non ha sgonfiato i sondaggi di Salvini. Ora, la stessa crisi del M5s ha contribuito ad aprire tante scatolette di sardine in diverse città: e pensare che all’inizio si immaginavano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Diceva Milton Berle, un comico americano degli inizi della tv: “Ti rende sempre un po’ nervoso aprire una scatola di sardine e vedere 50 occhi che guardano”. Ecco: ma se finisce così, è finita davvero.

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Sviluppo per il decennio

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Andrea Illy,

Poco più di un anno fa ho pubblicato “Italia Felix”: ne ho parlato proprio su queste pagine, guardando al 2019. Allora scrissi che ‘l’Italia ha gli anticorpi per il riscatto’. Ne sono tutt’oggi convinto. Ma c’è di più: di fronte al pessimismo dilagante che ci contraddistingue in questo momento
storico e sociale, vi posso assicurare che sono testimone quotidiano – nel mio viaggiare quasi continuo – del fatto che gli stranieri sono letteralmente innamorati dell’Italia: l’Italia creativa del saper fare, del bello & ben fatto. Le nuove classi medie dei paesi emergenti sognano un consumo estetico-esperienziale di cui proprio l’Italia è un grande leader, con oltre 100 miliardi di produzione (circa il 6% del Pil italiano). La quota export dell’alto di gamma (di cui vantiamo il maggior numero di settori, ben 11) rappresenta il 53%, in crescita nel 2019. Tutte cose che non ho mai mancato di sottolineare durante i miei sei anni di Presidenza di Fondazione Altagamma, che si conclude proprio alla fine di quest’anno.

Quindi qualcosa di positivo in questi 12 mesi è successo. Si sono però contemporaneamente innescate varie crisi, tutte derivanti – ahimè – dall’instabilità e dalla litigiosità politica. Questa politica del pessimismo, che in “Italia Felix” definisco ‘pessima politica’, ci fa dimenticare ciò che
siamo e il potenziale che abbiamo, mettendo a rischio anche la nostra competitività: conoscenza, capitali, infrastrutture e pubblica amministrazione ne sono ingredienti fondamentali, che non possiamo più permetterci di trascurare.

Quello però che davvero manca per il rilancio – irrinunciabile – del Paese è un piano di sviluppo economico a lungo termine. Non ce l’abbiamo, e non abbiamo nemmeno una vision.

La ricchezza dell’Italia sta nel saper fare, fondamentale vantaggio competitivo di tutte quelle attività basate su creatività e ingegno, che rappresentano il vero motore della nostra economia. La linfa vitale è la nostra cultura multi-millenaria, nutrita quotidianamente e appassionatamente nei territori.


Come sostiene il premio Nobel Michael Spence nel libro “Altagamma, strategie per l’Italia d’Eccellenza”, il modello economico italiano degli ecosistemi rappresenta una vera e propria unicità. Si tratta di un modello che definirei ‘bottom-up’, sostanzialmente opposto a quello ‘top-down’ di quasi tutte le altre prime dieci potenze economiche mondiali e, ancor più importante, molto più resiliente e capace di adattarsi alla complessità globale, che cresce in modo esponenziale.


Proprio perché il tessuto economico del Paese è profondamente radicato e annidato nei territori, penso che da qui debbano rinascere la vision e il sogno dell’Italia. L’appello va dunque alle organizzazioni che rappresentano i territori, per l’elaborazione di un piano di sviluppo non autoreferenziale, ma generato dall’ascolto e dalla collaborazione con i grandi ‘manovratori’ internazionali, come il Fmi, l’Ocse, la Commissione europea, la Bce, le agenzie di rating, le grandi banche, e altri. Un piano che possa creare consenso in patria e fuori. Quello che inizia nel 2020 non è solo ‘l’anno che verrà’, ma anche ‘il decennio che verrà’. Ci riproviamo? Good morning, Italia.

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Il bivio di Salvini

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Marco Cremonesi

Il 2020 della Lega comincia con una data precisa: 26 gennaio. Il giorno delle elezioni in Emilia Romagna è per la Lega il più cruciale degli appuntamenti. Se il presidente dem Stefano Bonaccini non dovesse riuscire a difendere la roccaforte Dem dall’assalto di Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni, per la Lega si potrebbe delineare un filotto che allinea anche le altre regioni al voto, prima per rilevanza strategica la Toscana. Al di là di un possibile (ma complicato) accordo nella maggioranza per cambiare il sistema elettorale in direzione proporzionale e in modo probabilmente non favorevole alla Lega, la tenuta del governo sarebbe messa a durissima prova. Mentre già in primavera gli elettori potrebbero essere chiamati alle urne per il referendum chiesto dai consigli regionali a trazione di centrodestra: quello per cancellare la parte proporzionale dell’attuale legge elettorale. Da capire come impatterà con il referendum la volontà della maggioranza giallorossa di cambiare la legge: Roberto Calderoli ha già evocato i “forconi” qualora si modificasse il Rosatellum proprio per evitare il referendum. Insomma, Matteo Salvini è arrivato a un nuovo bivio. Perché se invece l’Emilia Romagna restasse alla sinistra, il percorso del leader leghista rischierebbe di incagliarsi insieme con l’offuscarsi della sua fama di uomo dal tocco (elettorale) magico. Oltre alle regionali e al referendum, già oggi si vedono le avvisaglie della durissima campagna elettorale per le grandi città che si aprirà con grande anticipo in vista del 2021: per le amministrazioni di Milano, Torino, Napoli e Roma, con gennaio si apre l’ultimo anno. Alla fine del 2019 è arrivato anche il congresso lungamente evocato per fare chiarezza sul destino della vecchia Lega, che resterà comunque ancora “per l’indipendenza della Padania” a dispetto della svolta nazional-sovranista. Il congresso ha sancito definitivamente il ruolo di partito nazionale della “Lega per Salvini premier” lasciando al movimento fondato da Umberto Bossi sostanzialmente il solo ruolo di pagatore dei 49 milioni di rimborsi elettorali illecitamente percepiti. Insomma: una vera bad company.

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Un governo senza scelte

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Francesco Bei

L’anno che si apre sarà quello della svolta, in un modo o nell’altro. Svolta o declino finale per la maggioranza nata a sorpresa in una notte di mezza estate, con il proposito esplicito di evitare l’aumento dell’Iva e l’intendimento nascosto di allontanare una debacle rovinosa nelle urne di M5S e Pd. E naturalmente svolta per il governo Conte II. Avanzare o perire, altra strada non c’è. E tutto lascia supporre che per l’Avvocato del popolo i giorni siano contati, nonostante sia già riuscito miracolosamente a schivare la sorte in diverse occasioni, dalla riforma del Mes a quella della prescrizione.

La scommessa di un riavvicinamento progressivo fra le due principali forze che hanno dato vita al governo si può infatti ormai considerare persa. L’amalgama non è riuscita, la maionese è impazzita. Al punto in cui siamo arrivati, l’unica barriera che ci separa dalla crisi di governo è la legge elettorale. Nel senso che nel Pd e nei Cinque Stelle è acuta la consapevolezza delle conseguenze di un voto con il vigente Rosatellum: con gli attuali sondaggi, senza un accordo nei collegi tra Di Maio e Zingaretti, la destra di Salvini e Meloni (certo…e Berlusconi) farebbe cappotto e potrebbe arrivare d’un balzo al 65% dei seggi. Una maggioranza bulgara – anzi ungherese o turca, è ora di aggiornare certi stereotipi – per eleggere un presidente della Repubblica sovranista e modificare la Costituzione a piacimento. Non solo elezione diretta del capo dello Stato ma anche cancellazione di ogni riferimento alla cessione di sovranità all’Unione europea. E tanti saluti all’euro.

Se questa è la posta in gioco, è comprensibile la resistenza dei vertici della maggioranza ad arrendersi. Così, come il calabrone di Togliatti, il governo continuerà a svolazzare ancora per un po’ nonostante la forza della fisica lo trascini verso il suolo. E tuttavia, nei circoli più influenti del Nazareno, da tempo si sta pensando di uscire dall’arrocco nel Palazzo e riportare la sfida ai sovranisti nel suo luogo naturale: nelle piazze e tra la gente, dove il movimento delle sardine offre alla sinistra appesantita dal governo un’allettante prospettiva di rigenerazione.

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I Balcani, remember?

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Marina Lalovic

Il 2020 per i Balcani rappresenterà l’ennesimo banco di prova per l’adesione all’Unione europea. Il mancato avvio dei negoziati da parte dell’Ue per la Macedonia del Nord e l’Albania durante l’ultimo Consiglio europeo ha lasciato le conseguenze per il futuro politico del premier macedone Zoran Zaev. La Macedonia del Nord dovrà affrontare le nuove elezioni dopo che la principale promessa di Zaev, in cambio dell’accordo con la Grecia sul nuovo nome del Paese in Macedonia del Nord, è naufragata. Si tratta invece di una mossa rischiosa soprattutto per l’Ue voluta dalla Francia e dal presidente Emmanuel Macron che insiste sulla necessità della risoluzione dei problemi interni all’Ue prima di aprirsi ai nuovi Stati.

I Balcani intanto aprono ai concorrenti extraeuropei: la Cina, la Russia e la Turchia. Lo dimostra il recente accordo fra la Serbia e l’Unione euroasiatica stipulato a ottobre a Mosca. Privo di un’importanza economica fondamentale, l’accordo rappresenta invece un chiaro segnale politico per Bruxelles: il Paese balcanico potrebbe farcela anche senza l’appoggio dei partner occidentali. Con questa mossa, la Serbia afferma di essere il Paese leader della politica dell’anomalo non allineamento portata avanti dall’attuale presidente Aleksandar Vucic che governa stando in bilico fra l’appoggio alla Russia e le promesse dell’adesione all’Ue.

Lo scoglio principale rimane ancora l’accordo mancato fra Belgrado e Pristina a vent’anni dalla fine della guerra in Kosovo. Il nuovo premier nazionalista kosovaro Albin Kurti potrebbe cambiare le carte in tavola dopo il perenne stallo nutrito dalla stessa élite politica di vent’anni fa: come a Belgrado così a Pristina.

Nel 2020 rincorrono anche i vent’anni dalla caduta dell’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, destituito il 5 ottobre del 2000. Questo anniversario ricorda la vera emergenza che accomuna tuttora l’intera regione dei Balcani occidentali: spopolamento ed emigrazione. Gli ultimi dati dell’Eurostat dimostrano come 230 mila persone hanno lasciato la regione nell’ultimo anno. Il numero maggiore si registra in Albania (62mila) seguita dalla Bosnia Erzegovina (53mila), la Serbia (51mila) Macedonia del Nord (24,400) e Montenegro (tremila). A differenza di vent’anni fa, oggi non si parte soltanto per i motivi economici ma per quella che viene definita l’atmosfera politica tossica e la totale mancanza di prospettive.

Nel 2020 la Croazia avrà la presidenza di turno dell’Ue per la prima volta dall’adesione nel 2013. A maggio a Zagabria si terrà un altro summit decisivo per il futuro dei Balcani occidentali. E se nel 2020 ancora si deciderà sugli esiti della Brexit, rimane da chiedersi se l’Europa vorrà accogliere i Balcani e aiutarli a trattenere i giovani emigrati.

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La Spagna, senza immaginazione

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Francesco Olivo

La Spagna non riesce più a immaginare il proprio futuro. La crisi catalana sembra irrisolvibile, con il massimo dell’ottimismo si può sperare che nel 2020 il conflitto territoriale venga per lo meno affrontato seriamente, magari con gli strumenti della politica e non più soltanto con quelli della polizia e della giustizia. A Barcellona si tornerà alle urne nei prossimi mesi, e forse dalle urne potrebbe uscire un esecutivo regionale che abbandoni, almeno per ora, la via unilaterale.

A Madrid si stenta a formare un governo, l’accordo a sinistra è una svolta storica, il primo esecutivo di coalizione dal ritorno della democrazia, ma la stabilità che ha caratterizzato il Paese per oltre 40 anni è solo un ricordo. Lo schema di sempre, due partiti più le formazioni locali, è saltato, prima con l’irruzione di Podemos e Ciudadanos e ora con l’arrivo dell’estrema destra, Vox, passata in pochi mesi dall’assoluta marginalità al protagonismo politico. In queste condizioni per Pedro Sánchez, dopo negoziati faticosi per ottenere la fiducia della Camera, sarà molto complicato governare. I poteri del capo dell’esecutivo spagnolo mettono in parte a riparo il Paese da scossoni istituzionali (è solo lui a sciogliere le camere, e si può sfiduciare solo in presenza di un candidato alternativo), ma i prossimi mesi saranno un percorso a ostacoli.

Dopo il fallimento delle trattative tra socialisti e Podemos nell’estate del 2019, il ritorno alle urne ha chiarito che c’è ancora spazio (e numeri) per un governo progressista. I risultati del 10 novembre sono stati simili a quelli del 28 aprile, ma con due conseguenze pericolose per il sistema: la più evidente è il boom di Vox e quella più strisciante è un sentimento di sfiducia verso la politica sempre più diffuso. Le cose ovviamente sono legate. Sánchez e Iglesias sembrano aver imparato la lezione: in meno di 48 ore dalla chiusura delle urne è stato firmato un accordo di governo. Per avere il via libera però serve un patto parlamentare, più o meno oneroso, con molte forze. Tra queste c’è Esquerra Republicana, il partito indipendentista catalano, il cui leader Oriol Junqueras, è in carcere, condannato 13 anni per sedizione, per il tentativo di dichiarare l’indipendenza nel 2017. L’anomalia spagnola è proprio qui: se non si risolve la crisi catalana, il Paese resterà bloccato per molti anni.

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La prova della pensione per Macron

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Anaïs Ginori

Sarà un anno ad alto rischio per la Francia di Emmanuel Macron. Dopo la sfida in piazza del movimento dei gilet gialli, in parte superata, il giovane leader non è riuscito a spegnere la rabbia che cova nel Paese. Uno dei banchi di prova sarà l’approvazione della riforma delle pensioni, annunciata nel programma con cui Macron è stato eletto nel 2017.

È un dossier esplosivo. Il governo vuole infatti abolire i 42 “regimi speciali”, trattamenti previdenziali riservati ad alcune categorie di lavoratori, dai ferrovieri ai poliziotti, che promettono battaglia. A metà mandato (la scadenza è nel maggio 2022), il capo di Stato può contare su una congiuntura economica migliore di altri Paesi europei. La Francia ha per il 2020 una previsione di crescita del Pil all’1,3%, superiore a quella di Italia e persino della Germania. Il tasso di disoccupazione è in calo. Un andamento che però non si rispecchia nei sondaggi. Secondo una ricerca Elabe il 62% dei francesi vede l’elezione del giovane Presidente come un “fatto negativo”.

L’immagine di un leader arrogante, lontano dal popolo, è ancora forte nonostante gli sforzi fatti da Macron per cancellare l’etichetta di “Presidente dei ricchi” con un esborso di 17 miliardi di euro supplementari tra riduzioni di tasse e aumenti di sussidi. “Sono in mezzo alla traversata del deserto”, ha detto il leader francese convinto che ci voglia ancora tempo per ottenere gli effetti concreti delle riforme economiche e sociali che ha lanciato. Sarà anche l’anno della verità per il partito di maggioranza, La République en Marche, nato sull’onda della candidatura di Macron e con una solida pattuglia di deputati all’Assembée Nationale, ma senza un radicamento sul territorio.

A marzo sono previste le municipali e si capirà quanti eletti locali En Marche riuscirà davvero a ottenere. Il sistema a doppio turno costringerà ad alleanze o patti di desistenza nel caso di ballottaggi con l’estrema destra. Infine, è un anno cruciale dal punto di vista europeo. Macron ha puntato molto del suo capitale politico su un nuovo protagonismo della Francia del rilancio dell’Ue, con l’idea di una “sovranità europea”, dalla Difesa al Commercio internazionale. Con l’insediamento della nuova Commissione e il commissario francese Thierry Breton si capirà se e quanto le ambizioni del giovane leader saranno esaudite.

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