Berlino rimane al centro dell’Europa

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Paolo Valentino

La Germania nel 2020 sarà un Paese in piena fase di transizione politica e di probabile incertezza economica. Ma questo non le impedirà di giocare ancora un ruolo centrale nelle vicende dell’Europa e del mondo. Angela Merkel sarà ancora cancelliera. Tutto sembra congiurare perché ella coroni l’ambizione di portare a termine il suo quarto mandato nel 2021, eguagliando così il record di Helmut Kohl, rimasto alla guida della Repubblica Federale per ben 16 anni.

Anche se sottoposta a continui scossoni, la Grosse Koalition tra Cdu e Spd dovrebbe reggere: difficilmente infatti i socialdemocratici staccheranno la spina prima del tempo, nella speranza di recuperare un po’ del terreno perduto nei sondaggi. Mentre la Cdu non ha ancora regolato la successione ad Angela Merkel, dopo che l’erede designata, Annegret Kramp-Karrembauer, ha deluso molte aspettative e soprattutto gode di bassa popolarità. Inoltre, da giugno a dicembre 2020, la Germania avrà la presidenza di turno dell’Unione europea, un appuntamento cruciale per il futuro dell’Europa, nel quale dovranno essere fatti passi decisivi verso l’Unione bancaria, oltre a essere definitivamente approvato il bilancio pluriennale della Ue. È quindi improbabile che un’eventuale crisi politica con corollario di elezioni anticipate si produca in quel semestre.

Ma questo non significa che la situazione politica tedesca non subirà evoluzioni. Sulla cresta dell’onda i Verdi, che hanno appena riconfermato al vertice la coppia Annalena Baerbock-Robert Habeck e che dovranno mettere a punto programmi convincenti per lanciare la loro sfida alla cancelleria. La Spd dovrà cercare di frenare la sua deriva, che ne minaccia la natura di partito popolare. Mentre Afd, l’estrema destra nazionalista, continuerà a porre un serio pericolo, agitando lo spauracchio dell’immigrazione o della minaccia islamica soprattutto nell’Est del Paese.

Sul fronte economico, la Germania rimarrà sulle soglie di una recessione, anche se la forza del sistema tedesco non va sottovalutata, come hanno dimostrato i dati a sorpresa positivi del terzo trimestre del 2019.

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La campagna d’Europa

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Jacopo Barigazzi

Con grande scorno di Matteo Salvini che aveva promesso una spallata all’Europa (“andranno tutti a casa” era il mantra) sembra invece sempre più probabile che il 2020 della Commissione Europea sarà il momento del suo arcirivale: il presidente francese Emmanuel Macron. Non è solo questione di una Germania che si indebolisce economicamente e di una cancelliera Merkel che si prepara a lasciare la plancia di comando ad Annegret Kramp-Karrenbauer mentre Parigi resta stabile. È anche un problema di trasformazione del sistema tedesco dove l’ascesa dei Verdi, come quella della destra estrema, sono ancora da capire. Tutto questo lascia un vuoto che Parigi ha voglia di riempire con conseguenze che alcuni funzionari e diplomatici temono non siano necessariamente positive per la Ue e per Roma.

Sulla carta Parigi è nemica di quella austerity che tanto piace a Berlino, ma su temi come l’immigrazione è la Germania la vera amica di Roma: al picco della crisi migratoria nel 2015, il governo socialista francese di allora fece poco o nulla per venire incontro al governo socialista italiano in quel momento al potere in Italia, al contrario del governo tedesco (conservatore). Sul piano economico le nostre aziende hanno spesso partecipazioni azionarie incrociate con quelle francesi mentre dei tedeschi siamo soprattutto fornitori.

Alcuni degli uomini più vicini a Macron temono che, in questo ambito, il suo non sia un progetto europeo ma un progetto di conquista francese dell’Europa. Dopo la guerra i tedeschi hanno dovuto trovarsi un’altra identità e l’hanno trovata in quella europea. Un problema che i francesi non hanno avuto. Privati della sponda inglese per Roma i giochi si fanno quindi più complicati. Anche perché i tedeschi ripetono spesso che giudicheranno Macron dalla sua capacità di crearsi un’opposizione che il giorno in cui andrà al potere non farà saltare tutto in aria. Ma il presidente francese, che finora non è riuscito a indebolire Marine Le Pen, sembra invece tentato di tenere viva la minaccia dell’estrema destra per vincere un secondo turno. E anche questo potrebbe essere pericoloso per la politica italiana.

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Un decennio per investire

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Francesco Giavazzi

Quello che si apre potrebbe essere un decennio caratterizzato da un’anomalia che raramente si è osservata nella storia recente: tassi di interesse straordinariamente bassi. Oggi per trovare un rendimento positivo su titoli privi di rischio, ad esempio sui Bund tedeschi, bisogna acquistare titoli con scadenza più lunga di vent’anni. Fino a quella scadenza i rendimenti sono negativi. I motivi per tassi così bassi sono tre: la crescita della produttività ha fortemente rallentato, abbassando il rendimento atteso degli investimenti; le società invecchiano, e ciò significa che diminuisce il rapporto fra giovani e persone di mezza età, e sono questi ultimi che risparmiano, mentre i giovani tipicamente si indebitano. Questo fa aumentare la domanda di attività in cui investire, ed è un altro fattore che tende ad abbassarne i rendimenti; infine l’incertezza, politica soprattutto, che fa crescere la domanda di investimenti sicuri. Non sono, o almeno non direttamente, le banche centrali i responsabili dei tassi straordinariamente bassi: i motivi sono più profondi e non scomparirebbero neppure se le banche centrali abbandonassero le loro politiche espansive – cosa che non accadrà perché le ragioni per politiche monetarie espansive sono le stesse che spiegano perché i tassi sono così bassi. Sembra quindi aprirsi un’opportunità storica: quando mai potremo finanziare investimenti, da quelli delle imprese agli investimenti pubblici, a tassi vicini a zero? Dovremmo assistere a un boom di investimenti che invece non osserviamo. Perché? Un po’ è uno degli stessi motivi che tengono i tassi bassi, l’incertezza, a frenare gli investimenti. Ma un po’, in Italia in particolare, è l’eredità del passato, il debito già alto, che rende difficile accumularne di nuovo. È vero, e infatti i rendimenti sui titoli pubblici in Italia sono bassissimi ma positivi. Eppure forse è il momento di preoccuparsi un po’ meno del debito, purché i tassi bassi vengano sfruttati per investire, cioè per guardare al futuro, non per aumentare il reddito delle generazioni che oggi votano.

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Le regole del gioco

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Alberto Mingardi

Quando la Commissione europea multa Google, la reazione di Donald Trump è: dovremmo farlo noi. L’affermarsi delle grandi imprese tecnologiche, in particolare degli over-the-top come Google e Facebook, sembra riportare indietro le lancette della politica della concorrenza. A partire dagli anni Settanta, si è andato diffondendo un indirizzo per cui ciò che conta non è più tanto la numerosità dei concorrenti in un mercato, quanto l’assenza di barriere che impediscano l’ingresso a nuovi entranti.

Per quanto il dibattito scientifico non sia mai venuto meno, la priorità è divenuta accertare eventuali danni arrecati al consumatore, non sanzionare l’eventualità che un operatore sia più grande o sia il solo a disporre di una certa tecnologia o a fornire un determinato prodotto. Un’impresa può essere l’unica a offrire un certo prodotto semplicemente perché l’ha sviluppato per prima: il fatto che essa possa cogliere i frutti delle sue innovazioni non necessariamente significa che stia danneggiando il consumatore. Nel mondo dei bits è tornata la preoccupazione per le grandi dimensioni di per sé. Un operatore “dominante” incute timore: si pensa che la posizione dei grandi operatori sia tale da perpetuarsi da sola, come se essi potessero risparmiarsi i travagli della concorrenza.

Nel 2001 il film “Antitrust” dipingeva Bill Gates come l’aspirante dominatore del mondo: oggi Microsoft è un’azienda come tante. Facciamo a malapena in tempo ad abituarci a Instagram che (per giunta dalla Cina) arriva Tik Tok. Le grandi dimensioni portano vantaggi, anche per l’investimento in ricerca e sviluppo, e sono necessarie in settori nei quali serve molto capitale per mantenere in funzione infrastrutture efficienti. Ma un monopolio, per formarsi, ha bisogno della protezione dello Stato. Le cose vanno un po’ diversamente nelle economie chiuse. La protezione dalla concorrenza internazionale è di per sé una barriera all’ingresso. In assenza di pressioni competitive, è meno probabile che gli operatori economici siano spinti a servire i consumatori nel migliore dei modi. Questo è vero nella new come nella old economy, e anche ai tempi di Trump.

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La data di scadenza del clima

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Daniele Moretti

“Oggi possiamo guardare negli occhi i nostri figli e nipoti e finalmente, dopo tanti anni di discussioni e ritardi, possiamo dire loro che abbiamo unito le mani per lasciare in eredità a loro e alle generazioni future un mondo più abitabile”. Così Ban Ki Moon alla chiusura degli Accordi di Parigi del 2015 salutava raggiante “a monumental triumph for people and planet”. Cinque anni dopo, al momento della verità, in cui trasformare in realtà gli impegni presi nel primo vero piano di azione globale, il lavoro è lontano dall’essere compiuto. Il 2020 è l’anno della deadline: colmare il gap tra gli impegni presi dagli Stati e la soglia che gli scienziati indicano come necessaria è cruciale per limitare il global warming a 1.5° C. Fallire e non riuscire a rilanciare con target sempre più aggressivi trasformerà in canyon invalicabili le crepe nelle fondamenta dell’Accordo di Parigi. L’appuntamento è a Glasgow, tra il 9 e il 20 novembre, quando si terrà la Cop26, che molti definiscono la Conferenza delle Parti più importante di sempre. Il contesto è cambiato drammaticamente: 2020 dovrà essere l’anno dell’azione, molto più che quello della coscienza del problema. Sulla nostra consapevolezza, intorpidita da decenni di ignoranza studiata, codardia politica, negazionismo cinico e irresponsabile resistenza passiva, ha lavorato l’agenzia di comunicazione più efficiente del pianeta: la natura.

Il clima che cambia non è più una minaccia astratta in agguato nel nostro lontano futuro: è su di noi. Lo sentiamo. Lo vediamo. Nelle nostre siccità più lunghe e profonde, nei nostri uragani più brutali e negli incendi più violenti e iper-distruttivi. I grafici Nasa sono spietati: 18 dei 19 anni più caldi mai registrati si sono verificati dal 2000. Gli ultimi 5 anni sono i più caldi da quando registriamo, il 1880. Il record all-time del luglio 2019 ha tutta l’aria di essere di breve durata. I ghiacciai si sciolgono a ritmi peggiori del previsto, i livelli del mare aumentano più velocemente oggi che in qualsiasi momento dell’ultimo quarto di secolo. Gli schemi di migrazione umana sono già cambiati per eventi meteorologici estremi che interrompono i modelli di raccolto e costringono gli agricoltori a lasciare la loro terra, inviando rifugiati climatici. L’anno dell’azione, dunque, ma non a costo zero. Il 2020 dovrà essere l’anno della concertazione e dell’equità, pilastri che l’Ipcc da sempre include nei suoi rapporti. Perché il modo in cui i policy maker decideranno di spartire i costi attraverso i cluster sociali sarà la chiave per l’accettazione dell’opinione pubblica mondiale.

Il 2020 dovrà essere l’anno in cui negoziare la transizione energetica, per arrivare a Glasgow con il miglior compromesso possibile. Ed evitare che piazze zeppe di ragazzi che oggi con Greta Thunberg chiedono di ascoltare la scienza e finalmente agire, si riempiano di manifestanti furiosi. Quella di Glasgow non è l’unica data cruciale per il clima. Una settimana prima, il 3 novembre, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti rappresentano un altro crocevia sulla strada del futuro climatico e del cigolante sistema globale. Quattro anni di inazione climatica sono un lusso che l’azione di contrasto al Climate Change potrebbe non potersi permettere. Le decisioni prese nel decennio tra il 2020 e il 2030 saranno esiziali per il modo in cui ci adatteremo al clima che cambia nei prossimi secoli. E magari allora, voltandosi indietro, il genere umano guarderà al 2020 come al nadir del processo in cui l’umanità si è ripresa indietro il suo pianeta.

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Instabilità sudamericana

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Viviana Mazza

Il 2019 si chiude in Sudamerica tra l’incertezza e la speranza. I tassi di crescita oltre il 5% di inizio secolo sono ormai un retaggio del passato, e le stime degli organismi internazionali annunciano per il 2020 un aumento medio di appena l’1,8%, quasi la metà della media mondiale. Previsioni al ribasso dovute principalmente alla crisi in Venezuela, di cui non si prevede un’uscita a breve termine, e l’Argentina il cui neo-eletto presidente Alberto Fernandez dovrà affrontare durissimi negoziati con il Fondo Monetario Internazionale e creditori privati per ridimensionare un debito di più di 350 miliardi di dollari.

Sarà proprio la stabilità argentina uno dei temi caldi del 2020, assieme a quella di Brasile e del Mercosur, che ha puntato tutto su un accordo di libero scambio con l’Ue che sembra ormai sul punto di naufragare dopo le reticenze di Francia, Austria e del nuovo governo di Buenos Aires. Chiave per la regione, ancora una volta, il ruolo degli Stati Uniti, che potrebbero aiutare a sbloccare – o aggravare – attraverso il Fmi la crisi del debito argentino e quello ecuadoriano, mentre mantengono alta la tensione con i governi di Venezuela e Nicaragua. La presenza degli interessi cinesi in tutta l’America Latina è uno dei fattori che spiegano l’interesse di Washington, in pieno anno elettorale, di mantenere la propria presenza nella regione. Infine, grande protagonismo avranno le ricette che saranno proposte per risanare l’instabilità politica che ha caratterizzato il secondo semestre del 2019. Il nuovo anno si aprirà con le elezioni parlamentari in Perù, dopo lo scioglimento del parlamento in mezzo a gravi scandali di corruzione e nepotismo. Continuerà poi con quella dei costituenti cileni, chiamati a ridiscutere l’intero assetto istituzionale del Paese durante l’anno per porre fine alle rivolte che hanno registrato più di 20 morti nell’ottobre scorso.

Elezioni chiave saranno anche quelle dell’Assemblea Nazionale venezuelana a cui parteciperà anche parte dell’opposizione che le aveva boicottate in segno di protesta contro Maduro, e le municipali in Brasile, un termometro per capire il gradimento dei cittadini riguardo alle polemiche decisioni di Bolsonaro su sicurezza e cambiamenti climatici. Dietro l’angolo però, come insegna il recente golpe in Bolivia, ci sono nuovi partiti e movimenti spalleggiati da gruppi militari e ultra-religiosi pronti a prendere l’iniziativa se le istituzioni non danno risposte. Un monito da non prendere alla leggera per il futuro del continente.

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Il nervosismo dell’Iran

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Viviana Mazza

Non si può immaginare il 2020 in Iran senza prendere in considerazione la politica americana. Nel 2018 Donald Trump ha abbandonato l’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action, firmato dall’Amministrazione di Barack Obama insieme a Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania, oltre all’Unione europea. Trump ha ripristinato sanzioni contro la Repubblica Islamica e ne ha introdotte di nuove. L’obiettivo dichiarato è di esercitare “massima pressione” sull’economia iraniana per convincere Teheran a negoziare un accordo migliore (per Usa e alleati) di quello di Obama, che includa cioè restrizioni sui missili balistici e sull’influenza esercitata nella regione attraverso gruppi come Hezbollah libanese o la Jihad Islamica palestinese. Molti osservatori dubitano che l’Iran sia pronto a cedere, nonostante le sanzioni contro l’export di petrolio abbiano duramente colpito l’economia.

Nel 2020 sono probabili nuove proteste contro il carovita, come quelle che hanno visto coinvolte decine di città iraniane sia nel 2017-18 sia alla fine del 2019. La situazione è così esplosiva che qualunque cosa può accadere. È evidente il nervosismo del regime. Anche in Paesi nell’orbita sciita quali Iraq e Libano le rivolte del pane, pur essendo contro tutti i partiti, hanno in parte come bersaglio la politica di Teheran.

Alcuni dissidenti all’estero non fanno mistero di sperare che il popolo venga spinto dalla crisi economica a sollevarsi per un cambio di regime nella Repubblica Islamica che celebra nel febbraio 2020 il suo quarantunesimo compleanno. Altri ritengono che l’ostilità tra Washington e Teheran non aiuti l’opposizione che vuole vere riforme del sistema. Alcuni falchi alla Casa Bianca – come pure in Israele – hanno auspicato anche un attacco militare contro l’Iran. Senza contare che una guerra potrebbe iniziare senza volerlo, data la volatilità della situazione. Ci sono stati nel 2019 “incidenti” nel Golfo: petroliere danneggiate, un importante sito petrolifero saudita bombardato, un drone americano abbattuto dai Pasdaran. Come ha spiegato il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, Trump non può pretendere di avere “l’esclusiva sull’imprevedibilità”: anche Teheran può rispondere in modo imprevedibile e il rischio è il caos. Teheran potrebbe colpire le truppe americane nella regione, in Israele attraverso Hezbollah e le petroliere nel Golfo di Hormuz, facendo andare alle stelle il prezzo del petrolio.

Se nel novembre 2020 un altro presidente venisse eletto le cose potrebbero in parte cambiare. Tre dei quattro principali candidati democratici alla Casa Bianca – Joe Biden, Bernie Sanders e Pete Buttigieg – promettono di ripristinare l’accordo di Obama; Elizabeth Warren critica Trump per aver messo gli Stati Uniti nella posizione di lanciare un’altra guerra infinita in Medio Oriente. Anche se nella campagna elettorale Usa il dibattito sulla politica estera resta al momento marginale, per l’Iran non è indifferente chi occuperà la Casa Bianca.

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Nuovo equilibrio mediorientale

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Giordano Stabile

Il ritiro americano dal Nord-Est della Siria segna la fine di otto anni di guerra civile e apre una fase nuova nel Levante arabo, lo spazio che include Libano, Siria, Giordania, Iraq, e che è stato attraversato negli ultimi due decenni da ondate di caos devastanti. Anche se Donald Trump ha in parte corretto la decisione strategica e lascerà 800 soldati a guardia dei pozzi petroliferi, il disimpegno dal fronte siriano è una tappa decisiva nella nuova strategia della Casa Bianca. Si passa dall’intervento militare alla volontà di influenzare la regione con l’arma economica.

È un cambio di linea che riguarda tutto il Medio Oriente. Lo dimostra il rifiuto del leader statunitense di condurre una rappresaglia sull’Iran dopo l’abbattimento di un drone Usa sullo Stretto di Hormuz. Ma non è una manifestazione di debolezza. Le pressioni economiche, sanzioni a Teheran ed Hezbollah, hanno già avuto un impatto su uno scacchiere conteso fra Stati Uniti, Russia, Turchia e Iran. Le rivolte in Iraq e Libano offrono adesso a Washington la possibilità di limitare l’influenza degli ayatollah e recuperare posizioni, anche a vantaggio di Israele. I quattro Paesi della regione sono interconnessi e hanno una loro unicità: dialetti molto simili per il sostrato comune aramaico e frammentazione settaria, con decine di confessioni cristiane e musulmane.

Le ondate di caos si propagano con rapidità, come si è visto con l’ascesa dell’Isis. Il califfato aveva l’ambizione di cancellare i confini “coloniali” imposti da Sykes-Picot, ma anche il fronte sciita ha un progetto simile. Nell’ultimo discorso di Hassan Nasrallah prima delle proteste si vedeva alle sue spalle una cartina dove le frontiere erano sparite: “il ponte terrestre” dall’Iraq al Mediterraneo, sognato dai Pasdaran. Ora però Hezbollah è destinato a cedere parte delle posizioni di forza conquistate in Libano. È vero che la “saura”, la rivoluzione del 17 ottobre, investe tutta la classe politica, ma il Partito di Dio è parte del “sistema”. Un sistema che scricchiola. L’economia libanese si basava su flussi finanziari da paradiso fiscale e sulle rimesse degli immigrati nel Golfo. Ciò permetteva un cambio fisso tra lira e dollaro, quota 1500, e stabilità. La classe politica ne ha approfittato per arricchirsi a man bassa e portare il deficit all’11% del Pil e il debito al 150. La fine della pacchia finanziaria ha costretto il governo di Saad Hariri a una manovra lacrime e sangue, che a sua volta ha innescato la rivolta. Ora è chiamato a guidare un governo tecnico, senza partiti, e quindi senza Hezbollah: il vero obiettivo di Washington.

Nelle stesse settimane che hanno visto scendere in piazza un milione di libanesi, un quinto della popolazione, altri milioni riempivano le piazza di Baghdad. È una rivolta di masse sciite contro élite anch’esse sciite che hanno preso il potere dopo l’invasione americana del 2003. La distruzione del regime di Saddam Hussein aveva portato a un paradosso: aprire le porte della Mesopotamia all’Iran. I partiti sciiti hanno però sprecato l’occasione, e la stretta Usa sui Pasdaran li ha indeboliti. La guerra all’Isis ha prosciugato le risorse statali, il resto è stato sprecato nella corruzione (22esimo Stato più corrotto al mondo), larghe fette del Paese restano senza acqua potabile ed elettricità, la disoccupazione è al 16%.

La gioventù irachena, con paghe da fame e nessun servizio, chiede riforme, rivendica dignità. Dalla primavera araba siamo passati a un autunno caldo. E dopo l’intervento anti-proteste di Khamenei la rabbia si è diretta contro le interferenze iraniane, con l’assalto al consolato di Karbala, mentre è probabile che anche la Siria di Bashar al-Assad, una volta riconquistata la provincia ribelle di Idlib, dovrà affrontare la stessa sfida.

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L’Africa vede la crisi climatica

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Lorenzo Simoncelli

L’innalzamento del livello dell’Oceano Atlantico costringe i pescatori dei villaggi costieri del Senegal ad abbandonare le proprie case. L’evaporazione del lago Ciad, uno dei pochi bacini idrici presenti nella regione del Sahel, ha creato 15 milioni di rifugiati. In Africa australe si alternano cicloni a periodi di siccità estrema con 45 milioni di persone a rischio malnutrizione. Non esiste Paese dell’immenso continente africano che non stia subendo gli effetti del cambiamento climatico. Ai migranti economici e ai richiedenti asilo si sta aggiungendo la categoria dei migranti climatici: un numero crescente di persone in fuga da catastrofi ambientali.

Tutta l’Africa con i suoi 1,3 miliardi di abitanti contribuisce alle emissioni di gas serra solo per il 4% del totale. Paesi come Ciad, Niger e Repubblica Centrafricana hanno medie di emissioni di Co2 inferiori anche di 160 volte rispetto a Paesi industrializzati come Stati Uniti, Australia e Canada. Eppure sono alcune delle principali vittime del cambiamento climatico. Le nazioni africane sono le più vulnerabili, ma anche le meno preparate a combattere fenomeni sconosciuti fino a pochi anni fa. Il ciclone Idai, il più violento nella storia dell’emisfero australe, lo scorso marzo ha spazzato via la città costiera di Beira in Mozambico causando 2,2 miliardi di dollari di danni.

Gli effetti del cambiamento climatico sulle condizioni di vita delle persone sono anche indiretti. Basta pensare al razionamento dell’acqua nelle abitazioni. Due anni fa, Città del Capo, una delle metropoli più sviluppate del continente, ha rischiato di rimanere a secco a causa di una straordinaria ondata di siccità. Molta dell’energia prodotta in Africa proviene dagli impianti idroelettrici, ma senz’acqua si riduce anche la produzione energetica. Soprattutto nelle zone rurali del continente dove la sussistenza è garantita dall’agricoltura c’è maggiore presa di coscienza su quanto sta accadendo, ma, secondo uno studio di Afrobarometer, le ragioni che stanno causando i cambiamenti climatici sono ancora misteriose per milioni di africani.

Quasi tutti i 54 Stati del continente hanno siglato gli accordi climatici di Parigi ed è probabile che non mancheranno finanziamenti delle grandi potenze per limitare gli effetti del riscaldamento terrestre sulle popolazioni più vulnerabili. È una grande sfida per la leadership africana chiamata a rispondere a una minaccia che coinvolge tutto il continente e che dovrà essere risolta, per una volta, dal di dentro, senza contare troppo su aiuti esterni.

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L’azzardo di Vladimir Putin

Pubblichiamo uno dei testi del nostro libro “L’anno che verrà – 2020” scritto da Mattia Bernardo Bagnoli.

Vladimir Putin vola alto, altissimo (forse troppo) e il 2020 servirà a capire se lo zar alla fine si brucerà le ali, novello Icaro, al sole delle sue ambizioni oppure gli riuscirà l’azzardo e si guadagnerà i galloni di signore indiscusso della geopolitica mondiale.

Come sempre lo stemma russo, l’aquila bicefala, ci aiuta a capire le posta in gioco: un becco fisso sulla politica estera, il mondo di fuori, e uno rivolto a quella interna, il mondo di dentro, che pur sobbolle, nonostante la stretta ferrea del Cremlino sulle leve del potere. Partiamo da qui. L’anno che verrà precede le elezioni parlamentari del 2021 e i tecnici di Putin sono già al lavoro per capire come affrontarle, probabilmente riformando per l’ennesima volta la legge elettorale. Il consenso infatti cala e dopo l’ondata di proteste dell’estate scorsa la missione è una sola: stringere i ranghi e rinnovare i meccanismi di gestione dell’opinione pubblica per incanalare la stanchezza dell’elettorato in approdi saldamente controllati dagli uomini dello zar – magari creando ad hoc movimenti e partiti nuovi, persino, si sussurra, di stampo ecologista.

L’economia, poi, continua a non decollare e i grandi progetti nazionali, varati dal Cremlino con l’intenzione di ravvivarla, avanzano a rilento o ristagnano. I russi sono stanchi di vivere male e stanno inviando messaggi chiari, anche se non sono pronti a far saltare del tutto il tavolo. Putin lo ha capito ma non può varare riforme vere e incisive perché così facendo minerebbe il sistema di privilegi e di controllo politico-economico da lui stesso creato: è il paradosso in cui si avviluppa la Russia di oggi e fonte potenziale d’instabilità. Se il fronte interno resta quindi mobile – peraltro sempre più ossessionato dal tema della successione, se davvero avverrà al termine dell’attuale mandato di Putin, nel 2024 – è nell’agone internazionale che Mosca trova piena soddisfazione.

Il ritiro delle truppe Usa dalla Siria ha spalancato al Cremlino le porte del Medio Oriente, dove è sempre più egemone grazie anche ai buoni rapporti personali con i leader di Iran, Iraq, Arabia Saudita, Giordania, Israele e Turchia; l’Unione Economica Euroasiatica è sempre più attrattiva e gli accordi di libero scambio con altri Paesi si moltiplicano; le iniziative del nuovo presidente ucraino Volodimir Zelensky vanno nella direzione indicata da Mosca e una svolta sulla crisi del Donbass non è più fantascienza. Putin “unchained”, insomma.

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