“Sta maturando una nuova consapevolezza riguardo al digitale: speriamo che non sia solo critica”: intervista ad Andrea Santagata, direttore generale di Mondadori Media

Andrea Santagata

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È un tempo di cambiamenti quello che stiamo vivendo: i periodici si evolvono in brand, l’editoria cerca un equilibrio con gli OTT, i cittadini iniziano a sperimentare nuove consapevolezze sul digitale. Si possono riassumere così alcune delle idee di Andrea Santagata, direttore generale di Mondadori Media e abbonato storico di Good Morning Italia.

Per cominciare ci racconti qual è la tua dieta mediatica?

“Sono un tipo ossessionato dall’informazione. Good Morning Italia è la prima cosa che leggo al mattino: in genere mi sveglio e poi torno un pochino a letto a leggere cominciando dal briefing, seguito dalla newsletter del Corriere della Sera, da quella di Donna Moderna e da un paio di quotidiani come Corriere e Repubblica, che leggo in pdf. Dopodiché arriva la rassegna stampa di Mondadori e, se ho tempo, do un’occhiata a LinkedIn. In tutto dedico più o meno una mezz’ora alla lettura mattutina”.

Sei più digitale o analogico?

“Decisamente digitale, anche per ragioni professionali. Di fatto, comunque, nel mio giro di letture mattutine i quotidiani li leggo nella versione “cartacei”, anche perché continuano a esserci delle differenze con ciò che è pubblicato online. Durante la giornata faccio almeno un giro sui principali siti di informazione e la sera un tg nazionale su RaiUno o La7”.

Come stanno i periodici nel 2020?

“I periodici sono in trasformazione: c’è una contrazione ormai storica sia di lettori sia di introiti pubblicitari. Si sta, però arrivando al nucleo dei lettori fedeli, quelli che sottoscrivono un abbonamento, come nel caso di Focus in Mondadori oppure, parlando di altri editori, come accade per Internazionale. L’altro elemento interessante è che le testate stanno diventando dei brand: sempre pensando a Focus, dal mensile ha dato origine il canale tv, ogni anno c’è al Museo della Scienza e della Tecnologia un evento che è riuscito a coinvolgere nuovi pubblici. Insomma, Focus è diventato un brand di divulgazione scientifica. Queste attività compensano solo in parte i minori ricavi provenienti dai lettori e dalla pubblicità, ma è senz’altro un canale interessante”.

Guardando al presente e al futuro prossimo del mondo dei media, cos’altro sta cambiando?

“Una cosa che è cambiata, prima nell’informazione economico finanziaria, poi ora vedo che si sta allargando anche all’informazione generalista è che c’è una maggiore ricerca di qualità e di lettori che sono disposte a pagare per averla. È una linea che sembrava destinata a sparire, ma invece ci sono casi come Il Post, che si stanno affermando attraverso anche la scelta di una formula interessante: l’accesso al sito resta gratuito, ma alcuni contenuti specifici invece sono a pagamento.

Dall’altra ci sono gli OTT: nel dibattito con gli editori credo che abbiano un po’ di ragione entrambe le parti, ma obiettivamente – lo dicono i bilanci più che le opinioni – il rapporto tra chi produce contenuti e chi li aggrega oggi è squilibrato. Per modificare questo stato di cose, ci sono diverse possibilità: una potrebbe essere quella di supportare gli investimenti degli editori usando il Recovery Fund”.

Nel tempo libero, invece, cosa leggi?

“Ho appena finito “New Power” di Jeremy Heimans e Henry Timms, che spiega molto bene come la rete sposta i sistemi di potere, rendendoli diffusi. Un altro, sempre riguardo alla tecnologia e al rapporto che abbiamo con esse è “Silicio” di Federico Faggin. Allo stesso modo ho trovato interessante “The Game” di Alessandro Baricco. In lista tra quelli da leggere – me lo hanno regalato da poco – ho “The Content Trap”, che parla proprio dell’impatto che Internet e la tecnologia hanno avuto su settori molto numerosi e vari della nostra esistenza, dalla musica all’istruzione, e prova a interrogarsi anche su quale sarà la prossima frontiera dell’innovazione”. 

A proposito di rapporto con la Rete e la tecnologia, hai visto il documentario “The Social Dilemma”? Cosa ne pensi?

“‘The Social Dilemma’ è anche il dilemma che ho io. Sono un grande entusiasta della tecnologia digitale, ma sono dell’idea che siano ormai dei fenomeni talmente vasti e importanti che non si possono dipingere in termini di ‘bianco o nero’. Ripeto, ci sono molti aspetti positivi nei social, come i creators, la possibilità di essere sempre in contatto con il resto del mondo, il fatto che abbiano contribuito a far emergere battaglie sociali. Ciò che però sta cambiando le cose è il denaro: aziende come Google o Facebook, oggi sono colossi che si confrontano con i meccanismi della borsa e questo ha un peso e, in questo senso, per loro non è vantaggioso dal punto di vista economico modificare la situazione attuale.

In linea generale, credo che le persone abbiano la libera scelta nell’usare o no questi strumenti. All’interno di quest’area, l’uso che se ne fa a volte è inconsapevole, altre invece no. C’è una sorta di dare e avere ed, evidentemente, riteniamo che ci sia un valore maggiore in ciò che abbiamo usandoli invece che rinunciandovi.

Personalmente non credo nella regolamentazioni dall’alto di questi fenomeni: questi giganti stanno vincendo perché evidentemente portano grande valore. In una certa misura, somiglia un po’ alla questione ambientale: non è che 20 o 30 anni fa non sapessimo a cosa stavamo andando incontro, ma la contropartita economica è stata ritenuta più motivante. Oggi però siamo più consapevoli e, mantenendo la similitudine, credo stia maturando una consapevolezza sugli strumenti digitali così come è accaduto per la questione climatica. Credo stia maturando anche velocemente, la cosa importante è che non sia solo critica”.

Un glossario per il briefing

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Nel libro “Intervista con il potere” Oriana Fallaci scriveva: “Risponderò in stile minigonna, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante”.

Un manifesto di due righe scarse che potrebbe dare materiali di riflessione per mesi a chi scrive, titola e, in varie forme, racconta.

Il titolo in particolare è una sfida in fatto di sintesi, capacità di informazione e attrattività. Non ha praticamente una ricetta precostituita, ma è un biglietto da visita, una porta d’ingresso, un segnale stradale. Azzeccarlo o sbagliarlo è un po’ come dosare il sale.

Nel nostro piccolo, il briefing ha un suo glossario, che funziona soprattutto come segnaletica: non avendo delle sezioni fisse come sui giornali non c’è uno schema di contenuto prefissato, ma serve a dare l’idea del punto in cui siamo. 

Così “ORIZZONTI” annuncia che si parla di dati macroeconomici, politiche monetarie, trimestrali e acquisizioni, giusto per citare qualche esempio. “MONDO REALE” è la finestra, breve e concisa per scelta editoriale, sulla cronaca e, se è un po’ curiosa, diciamolo, non ci dispiace. “BACK TO ITALY” perché il panorama che abbiamo in mente è globale e, quindi, quando parliamo d’Italia è un po’ come spostare l’obiettivo e rimettere a fuoco su ciò che accade a casa nostra.

Altri titoli ricorrenti potrebbero rientrare quasi nella categoria “tormentoni”. Un sempreverde è  “…, remember?”, che è una sorta di segnalibro temporale: ci sono casi, storie, notizie che ritornano – “Alitalia, remember?” per dirne una – e l’intento è quello di rimarcare a chi legge, talvolta con ironia, che c’è qualcosa di nuovo da sapere. Oppure, “Romanzo Quirinale” o “Ilva funesta” che ci hanno tenuto compagnia a lungo per, ovvio, dovere di cronaca.

E poi, certo, il succo della faccenda è che “il mattino ha l’oro in bocca!”.

“Fare impresa come fosse una rivoluzione”: intervista al Ceo e co-fondatore di Satispay Alberto Dalmasso

Alberto Dalmasso

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Piccolo non è bello, potrebbe essere un motto adatto per Alberto Dalmasso, fondatore e Ceo di Satispay, l’app di pagamenti digitali che nel corso di quest’anno ha raggiunto quota 1,3 milioni di utenti in continua crescita.

In primo luogo, perché, appunto, Satispay ti libera dai lati sgradevoli delle monetine: quelle che ti servono per pagare il caffè, il giornale o un abbonamento mensile a Good Morning Italia (ogni riferimento è puramente… voluto!).

Poi perché, dal 2013, anno in cui l’idea è nata, molta strada è stata fatta e Satispay, da piccola startup, è diventata una società con cento dipendenti, punto di riferimento per i pagamenti digitali in Italia mentre inizia a muovere anche i primi passi oltre confine e 42 milioni di finanziamenti raccolti, oltre a essere stata inclusa nella classifica mondiale Fintech 250 di CB Insights.

“Satispay è nata fondamentalmente per due motivi: il primo – racconta Alberto – è il bisogno di non avere una vita complicata dal contante e trovarsi in quelle situazioni fastidiose in cui vorresti fare colazione, ma non hai contanti oppure hai appena prelevato ma hai solo banconote da 50 euro e il barista ti guarda male all’idea di darti il resto. L’altro bisogno era quello di fare azienda. Non volevo più che il mio futuro professionale, la mia possibilità di crescere, affrontare nuove sfide, assumere maggiori responsabilità dipendesse da altre persone. Incontrare Dario Brignone, il mio socio, è stato uno snodo importante: c’è stata subito intesa, abbiamo visto di avere una metodologia condivisa e da lì siamo partiti”.

Parlando di bisogni, soddisfatto quello relativo a come gestire il contante, ci racconti invece come ti sei organizzato riguardo all’informazione?

“Good Morning Italia, la rassegna stampa di Satispay e i podcast sono le mie fonti quotidiane. A Good Morning Italia mi sono abbonato a vita, prima ancora dell’accordo con cui è possibile pagare l’abbonamento con la nostra app e quindi, ironia della sorte, non ho nemmeno potuto usare questa funzione! Con il suo approccio anche più tech oriented rispetto a prodotti simili è arrivata come un sollievo: al mattino è fondamentale per me, perché parlando spesso con degli investitori non posso non sapere che cosa è appena successo nei mercati finanziari. Ma lo stesso vale per il confronto con i colleghi o i fornitori: non puoi non sapere cosa succede nel “mondo normale” se hai quotidianamente da fare delle scelte, sviluppare progetti e accordi che lo riguardano. Attualmente lo leggo più spesso via email, mentre l’app la uso quando ho bisogno di staccare dal flusso quotidiano che, inevitabilmente, intercetterei aprendo la posta”.

Oltre a Good Morning Italia, com’è la tua routine del mattino?

“Una volta c’era lo yoga, oggi invece c’è mio figlio Amedeo. Quindi il risveglio è dedicato a lui, accompagnato appunto dalla lettura di Good Morning e della nostra rassegna e l’ascolto di podcast. Il mio preferito è il ‘Ft News Briefing’. Poi apprezzo anche il ‘Global News Podcast’ della Bbc, ‘The Economist Radio’ quando riesco e, anche se è molto incentrato sugli Usa, ‘The Daily’ del New York Times. In italiano, non mi dispiace ‘Start’ del Sole 24 Ore. In generale, mi sento a disagio se al mattino non riesco a informarmi e ad avere un quadro delle cose importanti della giornata. Da tempo, ormai non mi capita praticamente più di arrivare a lavoro senza avere le idee chiare al riguardo”.

E invece, parlando di svago e tempo libero, che cosa ti piace ascoltare?

“I podcast penso siano l’unico format che ti aggiunge quella venticinquesima ora alla giornata che serve, perché davvero puoi ascoltarli mentre fai le attività più svariate. Uno che mi piace molto è quello di Hodinkee, sito e-commerce di orologi, che attorno a questo filo conduttore raccoglie storie che hanno a che fare con il tempo. Un altro molto bello è “Coffee with the greats”, chiacchierate condotte dall’attore Miles Fisher e dal padre Richard, ex governatore della Federal Reserve di Dallas, che hanno intervistato per esempio Jamie Dimon, ad di Jp Morgan, e Ajay Banga, ad di Mastercard: due storie che ho trovato molto interessanti per ciò che raccontano sui temi della leadership e della gestione del tempo tra lavoro e famiglia. Ancora “Masters of scale” di Reid Hoffman, fondatore di Linkedin, e Meditative Stories, realizzato in partnership con Thrive Global, la società fondata nel 2016 da Arianna Huffington, che sono delle storie di persone costruite però per fornire all’ascoltatore l’occasione di fare un’esperienza meditativa. In particolare, ho trovato fantastica la puntata dedicata ad Angela Jean Ahrendts, ex ceo di Burberry e fino al 2019 vicepresidente responsabile delle vendite di Apple”.

Un libro che consiglieresti?

“Penso ‘The Hard Thing About Hard Things’ di Ben Horowitz, imprenditore e co-fondatore della società di venture capital Andreessen Horowitz. Un bellissimo libro sia dal punto di vista dell’esperienza umana, sia per il fatto che è un ottimo manuale di management”.

Sul tuo profilo Linkedin, ti definisci, tra le altre cose, un appassionato di sport all’aperto. Quali sport esattamente e come sei passato da questi allo yoga?

“Ho sempre praticato sport legati alla montagna, come sci e snowboard, e nuoto e pallanuoto. Poi quando ho cominciato a lavorare, ho sentito maggiormente il bisogno di stare all’aperto nel tempo libero e quindi mi sono dato all’arrampicata, poi alla corsa e alla mountain bike, che pratico tutt’ora. Ed è grazie a questi sport che, oltre ad aver conosciuto mia moglie Nadia, ho iniziato prima a fare meditazione e poi yoga. Sì, un percorso un po’ al contrario, in effetti! Lo yoga penso sia complementare al fatto che quando sei molto impegnato senti il bisogno di avere uno spazio in cui poter rallentare. Mi piace il fatto che lo puoi portare con te ovunque vai, l’aspetto rituale, il fatto che quando srotoli il tappetino entri in un momento e in uno spazio esclusivo. Inoltre, da un punto di vista fisico, mi aiuta a mantenere la forza e la flessibilità che poi mi tornano utili quando pratico sport”.

Sul sito di Satispay, una delle parole chiave che salta all’occhio è “rivoluzione”: di che rivoluzione abbiamo bisogno oggi?

“Sul lato monetario penso che abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di gestire il denaro sganciandoci completamente da quelli che sono i presupposti attuali, come le carte e simili, altrimenti in Italia ci vorranno altri dieci o vent’anni prima di arrivare ad avere un uso della moneta elettronica che copra l’80-90% della popolazione. In generale, poi, abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale che smetta di incensare il fatto che “piccolo è bello”, che un professionista che lavora da solo, purtroppo, resta solo e costruisce molto meno di quanto potrebbe facendo squadra e che invece accetti e premi il fatto che si può fare azienda in modo diverso. Vorrei una rivoluzione che ci allontani dall’individualismo e che alimenti l’entusiasmo per chi ce la fa. Un giorno passeggiavo in un porto e ho sentito un bambino chiedere alla madre di chi erano le barche ormeggiate al molo. La madre ha risposto: ‘Sono di persone che non hanno pagato le tasse’. Ecco, so che in qualche caso questo è vero, ma mi piacerebbe che imparassimo a raccontare ai bambini che la barca è di qualcuno che ha avuto successo, perché si tratta di persone che hanno fatto le cose per bene”.

“Una buona informazione richiede metodo”: intervista a Giacomo Vendrame, segretario organizzativo di Cgil Veneto

Giacomo Vendrame, segretario organizzativo Cgil Veneto

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Contesto, dialettica e autorevolezza: sono in breve le parole con cui Giacomo Vendrame, segretario organizzativo di Cgil Veneto e abbonato di lungo corso di Good Morning Italia, racconta la sua idea di informazione.

“Credo che uno dei bisogni primari oggi sia la necessità di capire quali sono i processi di trasformazione in atto, quindi processi reali e complessi di cui siamo parte. Non sempre siamo d’accordo, ma Good Morning Italia è una fonte autorevole ed è uno stimolo per fare approfondimento culturale e crearsi dei riferimenti in vari ambiti di competenza da seguire poi anche direttamente attraverso i social network, i loro scritti e interventi pubblici”, afferma Vendrame, che ha portato all’interno del sindacato regionale l’abitudine del daily briefing, tramite un abbonamento per le organizzazioni, condivisa oggi con gli altri membri della segreteria organizzativa e l’ufficio stampa.

Perché questa scelta e come si integra nella vostra dieta informativa?

“Abbiamo a disposizione una rassegna tematica nazionale per tutti i dirigenti, una regionale e usiamo Good Morning Italia come integrazione delle prime due perché ci siamo resi conto che, altrimenti, avevamo una visione parziale di ciò che accade quotidianamente. In genere, personalmente, lo leggo tutti i giorni al mattino; poi nel fine settimana, in cui stacco un po’ di più per stare con la famiglia, lo leggo con più calma o magari direttamente la domenica pomeriggio perché in questo modo mi permette di arrivare lunedì mattina aggiornato su cosa è accaduto nel fine settimana”.

Cos’altro legge regolarmente? 

Seguo molto LaVoce.info, Limes e poi contenuti e pubblicazioni prodotte o comunque collegate alla Cgil. Quello che mi interessa è trovare soprattutto fonti di informazione che sappiano approfondire e argomentare in modo sostanziale il tema affrontato, permettendo a chi legge di comprendere nel merito le motivazioni all’origine di un’opinione o i meccanismi alla base di un fenomeno sociale o economico”.

Cosa manca invece a suo avviso nell’informazione odierna?

“Penso che manchi il punto di vista del lavoro. Intendo proprio, la sensazione che un lavoratore faccia fatica a leggere di se stesso quando legge le notizie, della sua quotidianità. Si è persa la capacità di ascolto, di ragionare in modo dialettico, di far emergere quella che è la complessità quotidiana del lavoro, al di là delle crisi, delle vertenze che fanno notizia ma che sono solo una parte della realtà”.

La newsletter economy

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Il New York Magazine l’ha battezzata “newsletter economy”. Il Washington Post parla invece di “mini imperi dei media”. La sostanza è che, mentre l’emergenza sanitaria determinata dal coronavirus restringeva i budget delle testate nazionali e locali – ma questo non è l’unico motivo -, diversi giornalisti hanno deciso di avviare, singolarmente e in qualche caso in team, nuovi prodotti editoriali sotto forma di newsletter.

Una delle piattaforme più diffuse è Substack – ma ci sono, ad esempio, anche Ghost e Revue – che consente di produrre newsletter gratuite e a pagamento e che ospita prodotti come The Dispatch, testata-newsletter di stampo conservatore; le riflessioni della storica Heather Cox Richardson, che contestualizza le principali notizie sugli Usa in una prospettiva storica; Bill Bishop, ex firma del New York Times e di Axios, che quotidianamente su Sinocism parla di tutto ciò che riguarda la Cina. Ma c’è anche la scrittrice e comica Sam Irby – qualche mese fa avevamo parlato del suo ultimo libro in una delle nostre aperture domenicali – e l’esperto di tecnologie Azeem Azhar, con la sua Exponential View

Dal punto di vista dei lettori, il piatto è goloso per chi desidera coltivare un interesse, approfondire dei temi, a scopo personale o professionale, avere un filo diretto – fattore affatto secondario – con uno o più dei propri autori preferiti. E per tutto questo è disposto a investire.

Dall’altro lato dello schermo, per chi scrive, la newsletter può rappresentare un’alternativa per lavorare e guadagnare in autonomia. Senza illusioni: il percorso verso la redditività non è automatico, ma osservando il mercato, specie se si utilizza una lingua franca come l’inglese, e mettendo in conto tempi di sviluppo nell’ordine di almeno un paio d’anni, una newsletter che trova una propria nicchia di contenuto e di pubblico può diventare, perlomeno, una delle fonti di reddito di un giornalista.

Substack, che guadagna in percentuale sugli abbonamenti mensili e annuali sottoscritti per ciascuna newsletter, ha anche creato un sistema per favorire il lancio di nuovi contenuti. Il supporto include copertura legale e dei fondi, il cui importo può variare tra tremila e centomila dollari, che funzionano come una sorta di anticipo, ispirato a quello che le case editrici offrono agli autori più promettenti. Ne ha beneficiato ad esempio Emily Atkin, ex redattrice del magazine New Republic ed esperta di ambiente che oggi lavora interamente, con il supporto di un’assistente per le ricerche che ha assunto, su Heated, la sua newsletter dedicata al cambiamento climatico (Wired).

Un ultimo punto da osservare, come ha scritto David Brooks sul New York Times, è l’impatto di questi prodotti sul dibattito pubblico su alcuni temi. La newsletter è, in un certo modo, uno “speakers’ corner” che consente all’autore libertà di espressione e, dall’altra, consente altrettanta – non scontata – “libertà di ascolto” al lettore. 

Unire i puntini. Il referendum costituzionale

Da questa settimana inauguriamo una nuova rubrica: si chiama “Unire i puntini”: una volta al mese – ma, se l’attualità lo richiede, potrebbe essere un po’ più spesso – facciamo, con il nostro stile, il punto su un argomento di cui “tutti parlano” per capire meglio contenuti, punti di vista e conseguenze.

Cominciamo con il
referendum costituzionale.

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TAGLIO SÌ, TAGLIO NO
Domenica 20 e lunedì 21 settembre si vota per il referendum costituzionale relativo alla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione (Sky TG24).

In sintesi, i cambiamenti introdotti con la legge costituzionale prevedono:

  • la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400;
  • il taglio del numero dei senatori da 315 a 200;
  • i senatori a vita, nominati dal Presidente della Repubblica, potranno essere massimo 5 in contemporanea.

Se la riforma sarà approvata, entrerà in vigore al prossimo rinnovo del Parlamento. 

Nell’urna Chi vota sì al quesito referendario, vota a favore del taglio dei parlamentari. Chi vota no, sceglie di lasciare il numero di deputati e senatori uguale a quello attuale. Il referendum costituzionale non prevede la necessità di raggiungere un quorum.

  • Come cambierebbe il Parlamento con il taglio dei parlamentari (Sky TG24).

Come si vota Domenica si voterà dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15. Per votare servono la tessera elettorale, un documento d’identità e la mascherina. Per chi non può andare al seggio, perché ammalato di Covid-19, in quarantena o in isolamento, dal 10 al 15 settembre può richiedere al proprio Comune di votare a domicilio (Corriere).

Com’è cominciata La legge di riforma costituzionale è stata approvata a maggioranza assoluta l’8 ottobre 2019, con il voto favorevole di M5s, Pd, Iv, Leu, partiti che sostengono il governo, e di Forza Italia, FdI e Lega per l’opposizione (Agi). 

La accendiamo? A gennaio 2020, però, 71 senatori di tutti i partiti, esclusi Fratelli d’Italia e il gruppo Per le autonomie, hanno presentato la richiesta di referendum confermativo alla Corte di Cassazione (La Stampa). Questo è possibile perché per le riforme costituzionali, se l’approvazione della nuova norma non ottiene il voto favorevole di almeno i due terzi in ciascuna delle due camere, nei successivi tre mesi si può richiedere il voto popolare sulla modifica.

C’è chi dice sì Il Movimento 5 Stelle è stato il primo promotore di questa riforma, in linea con la propria politica “anti casta”. In favore sono schierati anche Lega Nord, Forza Italia – ma con successivo un distinguo fatto da Silvio Berlusconi in un’intervista su La Nazione – e Fratelli d’Italia.
Le ragioni a favore del taglio dei parlamentari sono riassunte in un post, pubblicato ad agosto, sul blog del Movimento:

  • taglio dei costi di funzionamento del Parlamento pari a cento milioni all’anno e 500 per l’intera legislatura;
  • snellimento del funzionamento delle commissioni e dell’aula;
  • limitazione della frammentazione di gruppi parlamentari, ritenuta più favorevole a “occupare poltrone” che a garantire il rispecchiamento della volontà politica dei cittadini.

Sì, ma… Il Partito Democratico, in questa situazione, figura tra gli indecisi e conta tra le sue file diversi contrari “di peso”, come Romano Prodi, Matteo Orfini, Giorgio Gori e Gianni Cuperlo: il voto positivo in Parlamento, infatti, era stato legato all’introduzione di tre correttivi, rimasti arenati a lungo anche in seguito all’emergenza sanitaria (Openpolis) – oltre a una nuova legge elettorale proporzionale con uno sbarramento al 5% – per riequilibrare il taglio dei parlamentari.
A fine agosto la maggioranza ha definito una tabella di marcia per la riforma della legge elettorale e le altre modifiche, tra cui il voto al Senato per i diciottenni e la cancellazione dell’elezione su base regionale per il Senato (Agi).

Vedo e rilancio Lunedì 7 settembre, durante la direzione del partito, il segretario Nicola Zingaretti ha proposto di votare sì, accompagnando la campagna referendaria con una raccolta di firme per il bicameralismo differenziato, nel tentativo di mettere pace nel partito e salvare l’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle (Repubblica). La proposta è stata approvata con 188 voti favorevoli, 18 contrari e 8 astenuti (Il Sole 24 Ore).

E invece ni! Italia Viva, da parte sua, ha deciso per lasciare libertà di voto ai propri parlamentari: Matteo Renzi ha sottolineato che, a suo avviso, si tratta di una “riforma demagogica” e dopo il referendum “servirà una vera riforma” (Fanpage).

… e chi dice no Sul fronte politico, +Europa e alcune formazioni di sinistra sono invece schierati tra i contrari alla riforma. A loro si aggiungono diversi giuristi.
Le ragioni del no sono riassumibili così:

  • secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, il risparmio al netto delle imposte e dei contributi sarebbe di 57 milioni all’anno e 285 per la legislatura; 
  • la riduzione dei parlamentari eletti ridurrebbe la rappresentatività di ognuno: oggi abbiamo un parlamentare eletto a suffragio universale ogni 63 mila abitanti; con la riforma il rapporto passerebbe a uno ogni 101 mila abitanti. Di conseguenza, il voto di un singolo elettore “peserebbe meno” nell’insieme di quelli necessari per l’elezione (Pagella Politica);
  • il ritorno a un sistema elettorale proporzionale potrebbe generare un Parlamento più frammentato, nel quale gli accordi di governo potrebbero più facilmente essere definiti dopo il voto (Il Sole 24 Ore).

Diamoci un contesto!

Settembre è il nuovo gennaio?

Una certa aria di ripresa, a dirla tutta, dalle nostre parti si sente, mentre finiamo di ripiegare gli asciugamani da spiaggia e spazzoliamo gli scarponcini da trekking (almeno fino al prossimo weekend!).

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In questo clima – e non solo per questo, come vedremo tra un momento – ci è tornata in mente una conversazione di qualche tempo fa con un nostro abbonato che lavora nel settore finanziario: “Uno dei motivi per cui leggo il briefing Good Morning Italia – ci ha detto – è che mi permette di comprendere il peso di una notizia nel contesto generale. All’interno di una rassegna stampa settoriale il rischio è di perdere un po’ l’eco, le relazioni, l’impatto che quel fatto ha in un panorama più ampio”.

In un anno a dir poco avventuroso come quello in corso, ripensare a questa considerazione ci ha fatto riflettere anche sulla sensazione – che forse avete avuto anche voi – che nella routine mediatica, spesso ci sfugga il panorama complessivo.

Ecco perché per l’autunno ci siamo dati un solo “buon proposito”: darvi un contesto.

No, non è cosa da poco: è uno sforzo che ci impegnerà, letteralmente, dalla sera alla mattina.
È, in un certa misura, una “fissazione” comune nella nostra redazione, nata dalla necessità di unire i puntini per fare meglio il nostro lavoro e per capire meglio ciò che abbiamo attorno.
È uno dei motivi che, a suo tempo, ha dato vita al nostro briefing.
È una sfida perché richiede approfondimento, tempo e perché non sempre è possibile definire l’intero contesto, ma solo una parte. E questo significa altro lavoro, per tornarci sopra e completare il puzzle.
Però è anche elettrizzante e appagante: la lucidità che deriva dall’avere un contesto chiaro somiglia molto a quel sentimento di soddisfazione, forza e meraviglia che senti quando arrivi in cima e osservi dove ti ha portato la scarpinata appena fatta.

Quindi, preso atto che si ricomincia, facciamo un (altro) pezzo di strada insieme?
E se volete dare un po’ di contesto anche ad amici e parenti (nb: accettiamo tutte le forme di parentela, anche estranee alla definizione di congiunti), ricordatevi che potete invitarli a fare una prova gratuita di 30 giorni oppure regalare loro un abbonamento.

Il mattino ha sempre l’oro in bocca!

“Una buona impresa ha bisogno di ragionare anche sul fallimento”: intervista a Diva Tommei, direttrice di EIT Digital

Diva Tommei

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Diva Tommei, 36 anni, è una ricercatrice e imprenditrice che da Roma, passando per Cambridge e San Diego, ha costruito un percorso che l’ha resa un riferimento nel settore della tecnologia, un traguardo riconosciuto anche dall’essere stata indicata da Forbes nella sua classifica “Top 50 Women in Tech”.

Laureata in biotecnologie, un master in genomica e poi un PhD a Cambridge in biologia molecolare e computazionale, dalla Gran Bretagna vola oltreoceano per frequentare la Singularity University. Da lì nasce la sua esperienza, durata quattro anni, come imprenditrice con Solenica, una startup il cui obiettivo era utilizzare le tecnologie per migliorare la vivibilità degli ambienti chiusi, che è stata incubata nell’acceleratore Qualcomm-Techstars, a San Diego.

Oggi Diva è direttrice per l’Italia di EIT Digital, il braccio dell’European Institute of Innovation and Technology della Commissione Europea, che si occupa di favorire l’innovazione digitale e dall’inizio dell’anno si è trasferita a Trento.

Il tuo percorso è a cavallo tra ricerca e impresa: quali sono i punti di contatto e le differenze tra questi due ambiti, secondo te?

“Credo abbiano in comune una struttura di pensiero simile, nel senso che il ricercatore cerca delle informazioni che gli permettano di generare delle ipotesi e poi usa gli esperimenti per validare queste ipotesi. Nell’impresa, allo stesso modo si procede per cicli di raccolta e verifica delle informazioni che servono a definire, per esempio, se esiste la domanda di un prodotto, quali caratteristiche deve avere questo prodotto, che prezzo i potenziali clienti vogliono pagare. In base alle risposte, così come in base ai risultati degli esperimenti, si struttura e si adegua la parte successiva del percorso. La differenza è che nell’ambito imprenditoriale, questo ciclo di domande e risposte è molto più veloce”.

A proposito di impresa, nel 2017 hai partecipato a TEDxTiburtino parlando del fallimento: a te cosa ha insegnato?

“L’importanza delle persone con cui scegli di lavorare. È difficile trovare la ricetta giusta, ma a parità di condizioni sono le persone che fanno la differenza”. 

E in termini di “cultura del fallimento” l’Italia a che punto è oggi?

“Penso abbiamo fatto dei passi avanti importanti, anche se lentamente e la lentezza non va d’accordo con l’innovazione. Ascoltare e far parlare imprenditori, di successo e non, è sempre un arricchimento. Noi, invece, ci basiamo ancora troppo su una gerarchia che non contempla gli errori, i cambi di rotta”.

Parlando invece della tua routine, quali sono le attività alle quali non rinunceresti?

“La prima, direi, è la compagnia dei miei due cani, Jack e Leila, il tempo che passo con loro. Poi, lo sport: a Cambridge facevo canottaggio e da allora mi è rimasta la necessità di praticare attività fisiche intense, come il crossfit. Durante la quarantena, per non perdere l’abitudine mi sono iscritta al programma via app della Nike. La terza è collezionare whisky e, insieme a mio marito, organizzare viaggi per andare a visitare distillerie. Infine, una cosa a cui tengo molto, che sta a cavallo tra il tempo libero e il lavoro, è fare la mentor per Young Woman Network, un’associazione dedicata al supporto professionale di donne tra i 20 e i 30 anni che entrano nel mondo del lavoro o che stanno sviluppando il proprio percorso professionale. È un ‘give back’, un modo per condividere e mettere a disposizione ciò che ho imparato nelle mie esperienze. Ora ho preso una pausa in concomitanza con l’inizio del mio attuale lavoro, ma conto di riprendere in futuro”.

Come comincia la tua giornata?

“Mi sveglio e mi metto quasi subito a lavorare, non faccio colazione, al massimo bevo un caffè o una tisana. In quel momento, o in alternativa a pranzo, leggo Good Morning Italia, che mi ha dato quella visione concisa delle notizie del giorno, che posso leggere e capire velocemente, come quando stavo negli Usa accadeva con The Skimm”. 

Gli ultimi libri che hai letto?

“Sono una divoratrice di gialli. Gli ultimi ai quali mi sono appassionata sono quelli di Antonio Manzini, che hanno per protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, e quelli di Gianrico Carofiglio, con l’avvocato Guerrieri. Questi li abbiamo letti insieme con mio marito per ridere insieme mentre li leggevamo. Leggo molto anche libri che riguardano l’innovazione, il venture capital, per esempio, quelli di Steve Blank”.  

Questo 2020 è un anno di cambiamento, ne abbiamo preso tutti atto. A te cosa sta insegnando?

“Innanzitutto, credo che lo smart working abbia esasperato il mio atteggiamento verso il lavoro, da sempre molto presente nelle mie giornate, e questo mi ha fatto riflettere sulla necessità di ristabilire un ritmo più vivibile. Mi piacerebbe ad esempio, dato che con mio marito siamo appassionati di camminate, prendermi del tempo in futuro per passare qualche mese a esplorare i cammini a piedi in Italia. Sto collezionando una serie di guide per prepararmi”.

Una cultura dell’errore

Credits: Pat Lyn- CC0 Public Domain

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Che cosa significa avere una “cultura dell’errore”? In sintesi, la risposta è: definire un modo per cercare di migliorare sempre il lavoro che si fa.
A molti di noi è stato “inculcato” che sbagliare “è il male”, ma più onestamente e lucidamente, un errore è una parte del processo
Non c’è lavoro, incluso quello giornalistico, che ne sia esente e ragionare su come comportarsi, tra colleghi e rispetto al proprio pubblico, quando se ne verifica uno, è un modo per trarre dei vantaggi, a partire dalla consapevolezza, dall’accaduto.

Il rischio di sbagliare, da manuale di giornalismo, andrebbe limitato con dosi massicce di verifica, per quel che riguarda i contenuti, e di riletture, per quel che riguarda la forma.
Queste regole base, ovviamente, valgono anche per noi che curiamo un daily briefing: “Chi ha pubblicato per primo la notizia?”, “Le versioni concordano?”, “E se no, qual è quella più completa?” sono domande quotidiane che ci poniamo mentre selezioniamo gli articoli da linkare.
E poi: attenzione alla traduzione – billion vuol dire miliardo, trillion invece bilione o milione di milioni, se preferite – o al correttore che, false friend, trasforma il premier indiano Narendra Modi in Merenda Modi (aveva fame, forse? Non lo abbiamo ancora capito con certezza!), che suona come un simpatico personaggio da fumetto disneyano, ma, ahinoi, è un po’ poco informativo.
Non per cercare scuse, ma in questo campo la sveglia presto e la chiusura tardi sono altri compagni di viaggio da tenere d’occhio.

Di fronte all’ineluttabile rischio, perciò, abbiamo provato a costruire una nostra “cultura dell’errore”, che parte da presupposto che l’errore può capitare, frutto magari di un momento di distrazione, ma poi è necessario e, a determinate condizioni, anche fruttuoso, saperlo gestire.

Le riflessioni che abbiamo fatto finora si possono riassumere in questi quattro punti: 

  • ascolto: voi, i nostri abbonati, siete molto attenti agli errori che facciamo, siano refusi o espressioni e contenuti che per qualche ragione “non vi convincono”. Perciò ascoltiamo sempre le segnalazioni dei lettori e, dove necessario, sono gli editor che hanno lavorato al briefing che dialogano nel merito con chi ci scrive per spiegare;
  • autocorrezione: un’altra abitudine che abbiamo è auto-segnalarci gli errori fatti e discuterne tra noi, nella chat di Slack o durante la call mensile dedicata a fare il punto sui contenuti editoriali, soprattutto quando si tratta di espressioni che possono magari creare un equivoco, sfumature di senso oppure traduzioni;
  • correzione: quando e dove possibile correggiamo. Tecnicamente, il briefing pubblicato sul sito e sull’app può essere aggiornato dopo la pubblicazione, diversamente dalla versione inviata tramite email. Per le questioni più rilevanti abbiamo comunque deciso di pubblicare un’errata corrige nel briefing del giorno successivo per segnalare in modo trasparente la correzione;
  • un errore resta nella memoria: a volte perché ci ha fatto sorridere, a volte perché ci fa arrabbiare con noi stessi per una svista banale. Il fatto che resti impresso, però, ha un vantaggio: porta con sé anche la memoria del perché è accaduto e di come prevenirlo o limitarlo.

Una cultura dell’errore, in conclusione, è un metodo per aumentare lo spessore del proprio modo di lavorare. 

Cosa vuol dire che “rispondiamo sempre”

Credits: Nick Youngson – CC BY-SA 3.0

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Per gli utenti di un servizio – dalla banca alla compagnia aerea, passando per la spesa online e il fornitore della linea Adsl – non c’è momento più gratificante o, al contrario, frustrante, di quello in cui hai bisogno di rivolgerti al customer care

È un’esperienza rispetto alla quale non è prevista immunità, perciò, da quando Good Morning Italia esiste, abbiamo deciso che uno dei pilastri fondamentali del servizio offerto agli abbonati è: “Rispondiamo sempre!”.

Valentina Ravizza

“In questi anni – racconta Valentina Ravizza, co-fondatrice di Good Morning Italia e responsabile del customer care – siamo riusciti a costruire un dialogo con i nostri abbonati, al punto che, personalmente, mi capita, anche a distanza di tempo di ricordarmi i loro nomi”, nonostante la comunità di utenti conti decine di migliaia di persone.
Un dialogo che ha varie facce: ci sono richieste per risolvere questioni tecniche, come un cambio dell’email a cui si riceve il briefing, la segnalazione di un invio che è non arrivato a destinazione o un problema nell’attivazione di un abbonamento.

“C’è però anche molta attenzione ai contenuti – spiega Valentina – attraverso la segnalazione dei refusi, la richiesta di avere un link che interessa per leggere un pezzo e che per qualche ragione non funziona, ma anche di sviluppare dei contenuti specifici e anche dei format. Alcuni utenti, ad esempio, ci hanno mandato la versione audio del briefing per proporci di farne un podcast”.

La maggior parte delle richieste arriva via mail, solo il 10% sceglie il contatto via Facebook e Twitter. “La logica di gestione – continua Valentina – è dare priorità alle emergenze e di gestire comunque ogni segnalazione entro le 24 ore successive”. 

Dialogare con gli abbonati riserva anche sorprese piacevoli: “Ci scrivono parecchi italiani emigrati, talvolta anche molti anni fa, che hanno scoperto Good Morning Italia e che lo usano per rimanere informati e legati a ciò che succede in Italia – aggiunge Valentina – e tanti anche per farci i complimenti, raccontare che cosa rappresenta il briefing nella loro giornata. Questi sono momenti sinceramente gratificanti che danno ancora più senso al suono della sveglia all’alba”.

Il customer care, rovesciando la prospettiva, è un utile termometro della situazione: “Mi sono resa conto – ragiona Valentina – che ascoltare gli abbonati è un pungolo continuo per fare meglio e potenziare il servizio. Al tempo stesso, credo che ‘l’attivismo’ manifestato dai nostri abbonati, anche su eventuali aspetti critici, sia il segno di una relazione davvero vivace. Da parte nostra, una cosa che tengo a sottolineare è che più immediate sono le segnalazioni, più velocemente il problema viene risolto”.