“Non sai mai da dove può arrivare una buona idea”: intervista a Benedetta Arese Lucini, ad di Oval Money

Parlare con i nostri abbonati è parte della filosofia di Good Morning Italia da sempre. Questa settimana, perciò, inauguriamo con Benedetta Arese Lucini una serie di interviste per dialogare su temi come il lavoro, l’informazione, l’innovazione e il loro approccio al ‘mondo che verrà’.

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Benedetta Arese Lucini

“Da imprenditrice penso che non si possa mai sapere da dove ti arriva una buona idea: è per questo che considero l’informazione quasi una parte del mio lavoro”: la voce di Benedetta Arese Lucini squilla sorridente al telefono da Londra, dove vive e lavora come ad di Oval Money. 

Benedetta è un’imprenditrice e un’abbonata di lungo corso di Good Morning Italia. Fino a oggi ha vissuto in 11 città, 7 Paesi e 3 continenti diversi, costruendo una interessante e variegata carriera nel settore delle startup. 

Benedetta, per cominciare, hai voglia di presentarti e raccontarci cosa fai oggi?
“Sono co-fondatrice e ad di Oval Money, un’app che aiuta a gestire e investire i propri risparmi. Sono stata general manager di Uber Italia e Sud Europa. Ho iniziato a lavorare nel settore della tecnologia e delle startup nel 2008 e in questi anni ho avuto la possibilità di vivere e fare esperienze all’interno di alcuni dei mercati più vivaci e attivi per questo tipo di imprese. Credo anche che una fonte molto importante della mia intraprendenza dipenda anche dal fatto che sono figlia di un imprenditore”.

Ora invece presentati scegliendo tre parole che ti rappresentano.
“Curiosa, determinata, dinamica”.

Ci spieghi cosa fa Oval Money?
“Oval è nata, di fatto, come un servizio rivolto a persone come me e i miei soci: giovani professionisti, che entrano nel mondo del lavoro e dell’impresa, iniziano a guadagnare e non sanno come investire perché in genere non ci sono delle soluzioni semplici e a misura di questo tipo di risparmiatore. L’obiettivo di Oval, quindi, è aiutare a comprendere come risparmiare e investire, a partire da piccole cifre che poi crescono nel tempo”.

In concreto, come lavorate per raggiungere questi due obiettivi?
“La prima leva è l’educazione finanziaria: curiamo la produzione di una serie di contenuti su diverse piattaforme, dal nostro blog a Instagram e Youtube, per fare divulgazione e informazione sull’argomento. Questo è indispensabile perché pur avendo una maggioranza di utenti che corrispondono a profili di studio medio alti nei rispettivi campi di attività, mancano le competenze in campo finanziario. L’altro elemento è l’accessibilità dei prodotti. Fondi e società d’investimento, di solito, vendono alle banche che poi collocano i titoli garantendo certi volumi di investimento. Noi, grazie alla tecnologia, riusciamo a rendere efficiente l’investimento su questi prodotti senza l’intermediazione di una banca, dando la possibilità di crearsi un piano di risparmio e investimento superflessibile e ricorrente partendo da 10 euro”.

Tu hai una lunga esperienza in ambito startup: a che punto è oggi il settore?
“Se definiamo ‘startup’ come aziende, fondate e gestite da team di persone giovani, che utilizzano la tecnologia per rendere possibili delle attività e risolvere dei problemi, abbiamo senz’altro di fronte un’industria, osservando l’orizzonte globale. In Italia, invece è ancora diffusa l’idea che si tratti soprattutto di ‘ragazzetti che giocano’, anche se in realtà i fondatori di startup sono in prevalenza over 30. Purtroppo questo comporta che stiamo perdendo o comunque sminuendo quella capacità di intraprendere e creare interi settori industriali, come la moda, il lusso, il food, che invece ha avuto e ha ancora un ruolo significativo nella nostra storia economica, dando vita ad attività che oggi producono sostanziose fette di Pil”.

Che cosa osservi e apprezzi nelle persone con cui lavori?
“Ho sempre cercato, indipendentemente dal ruolo, di lavorare con persone più intelligenti di me. Osservo molto come pensano, come risolvono i problemi, quale approccio hanno di fronte a una difficoltà o a un’attività da gestire. Se devo scegliere un dipendente, leggo il curriculum al contrario: parto dagli interessi e dalle attività extra-lavorative perché dicono molto della persona, al di là delle esperienze professionali e di studio”. 

Le donne che ruolo hanno nelle imprese innovative?
“A mio avviso ci sono opportunità enormi nel settore, ma se osserviamo di dati globali solo il 3% delle startup in cui arrivano investimenti sono fondate interamente da un team di donne. Una delle conseguenze, per esempio, è che così anche i prodotti e le soluzioni proposte da queste aziende sono modellate ‘a misura di uomo’. Se pensiamo in termini di target, vuol dire che stiamo perdendo o rischiando di perdere almeno il 50% del mercato. Scontiamo un problema di educazione: è ancora poco diffuso incoraggiare una ragazza a studiare materie tecniche, economiche e scientifiche. Eppure, sviluppare codice, ad esempio, richiede competenze tecniche, ma è senza dubbio un lavoro creativo”.

Cambiando tema, ci racconti qual è la tua dieta informativa?
“Mi informo quasi esclusivamente attraverso newsletter, con l’unica eccezione dell’abbonamento all’Economist. Good Morning italia è praticamente sempre la prima che leggo al mattino quando mi sveglio. In settimana magari un po’ più rapidamente, nei fine settimana invece approfondisco. Mi piacciono molto anche i podcast, che ascolto sempre al mattino, mentre corro. In generale, apprezzo tutti quei contenuti pensati – come si dice scherzosamente – per farci fare la figura di persone intelligenti quando facciamo conversazione a cena”.

Quali altre newsletter leggi?
“Soprattutto quelle che hanno contenuti legati al mio lavoro, come Techcrunch ed Exponential View, curata dall’esperto di intelligenza artificiale Azeem Azhar. Mi piace molto l’arte e quindi leggo newsletter come Artvisor e quelle di case d’aste come Sotheby’s e Christie’s”. 

E i podcast?
“Il mio preferito in assoluto è ‘How I built this’, prodotto dalla Npr, che racconta come sono nate grandi imprese come Airbnb e Lulu Lemon”.

Ultimi libri letti?
“La biografia di Phil Knight, il fondatore di Nike, ‘L’arte della vittoria’’, e quella di Stephen Schwarzman, fondatore e ad di Blackstone, che si intitola ‘What It Takes’. Mi piacciono molto i saggi che parlano di economia o comunque che affrontano le questioni con un approccio multidisciplinare come ‘Il cigno nero’ di Nassim Nicholas Taleb o i libri di Yuval Noah Harari”.

Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento: cosa ti sta insegnando e a cosa, secondo te, dovremmo dare priorità, come individui e come società, di fronte a questo cambiamento?
“Credo che mi abbia fatto notare quanto noi esseri umani abbiamo bisogno di convivialità. Da grande amante delle tecnologie, credo che in questa situazione le tecnologie abbiano dimostrato di non ‘essere abbastanza’. Ora penso che la priorità dovrebbe essere quella di ricreare in sicurezza la possibilità di coltivare i rapporti umani, senza intermediazioni digitali. Siamo tutti stati colpiti dal fatto che una cosa estremamente piccola come lo è, dal punto di vista fisico, un virus abbia scardinato l’idea di globalizzazione come l’avevamo in mente fino a pochi mesi fa. Per dire, oggi vivo a Londra e ho sempre viaggiato spessissimo, ma l’Italia in questo momento mi sembra lontanissima. Contemporaneamente penso che un momento di grande incertezza possa essere un periodo ottimale per le startup e per nuove idee perché richiede estrema creatività e velocità di adattamento”.